GLI ULTIMI GIORNI DI SOLE NELLA RICORRENZA DEL 25 NOVEMBRE

GLI ULTIMI GIORNI DI SOLE NELLA RICORRENZA DEL 25 NOVEMBRE

Lo scorso 25 novembre, come ogni anno, è stato dedicato alle vittime di femminicidio, un fenomeno purtroppo sempre piu’ diffuso in Italia e nel mondo e contro il quale istituzioni e persone sono spesso vittime sconfitte. Di questo argomento cosi’ importante parla un libro pubblicato da poco, la parola alle autrici.

Chi sono Francesca Corraro e Maria Pia Turiello e di che cosa parla Gli ultimi giorni di sole?

La dott.ssa Francesca Corraro è CEO e Founder della SD&C Editore insieme a Salvatore Sonatore, nonché Direttore editoriale della stessa. È editor specializzata nell’editoria tecnica e vanta centinaia di direzioni editoriali tra manuali e codici; è autrice di numerose pubblicazioni e di tre romanzi. Ha una duplice laurea in Lettere moderne con specializzazione in Editoria e Giornalismo e in Economia Aziendale. È mediatrice civile e commerciale e CEO e Founder dell’Agenzia editoriale Lettarl-Mente. Socio Fondatore dell’Accademia Legge.

La dott.ssa Maria Pia Turiello è una Criminologa forense – Mediatrice nell’alta conflittualità – Psicologa del lavoro e delle organizzazioni. Consulente per la Mediazione familiare – sostegno alla genitorialità – affidi – separazioni – violenza assistita, sessuale, psicologica – bullismo – stalking – mobbing nello studio associato CFPRT Partners Roma. Docente del Dipartimento di Criminologia dell’Università Internazionale per la Pace (ONU), Socio fondatore e Docente della Scuola Etica di Alta Formazione Benedetto Croce, Docente a contratto dell’Unicusano, Socio fondatore e Presidente dell’Associazione AISPAC (Associazione Italiana Studio Prevenzione Analisi Crimini) e Responsabile degli Sportelli d’Ascolto per le vittime di violenza; Progettista, Relatore, Moderatore e Formatore in numerosi Tavoli e Convegni in materia di Violenza di Genere, Separazioni, Minori, Finanza Comportamentale, Psicologia. Membro nei lavori della Commissione Giustizia per proposte in materia di violenza di genere e minori. Autrice di numerosi contributi scientifici in materia.

Gli ultimi giorni di sole racconta la storia di Claudia, una giovane avvocata del foro di Roma che trascorre la sua vita dividendosi tra l’impegno per la professione e l’amore per Marco, con cui è fidanzata dai tempi del liceo. Una sera, in un lounge bar, incontra un uomo elegante sulla cinquantina di nome Raul, con il quale nasce da subito una passione travolgente. La storia di Claudia prosegue senza risparmiare colpi di scena, mentre lei si divide tra i suoi due amori e il lavoro, che la porta ad imbattersi in tematiche come lo stalking, il mobbing, il cyberbullismo e le unioni civili, qui esaminate dal punto di vista narrativo, ma anche giuridico.

Cosa si intende con poliamore criminale e la storia è realmente accaduta?

Dal momento in cui incontra Raul, Claudia sperimenta una condizione di “poliamore biunivoco”: innamorata contemporaneamente di lui e del suo fidanzato storico, Marco, si ritrova a riflettere sul vero significato dell’amore e sulla condizione di amore “malato”, come quello “subito” da due donne da lei assistite. Stalking, mobbing, cyberbullismo e unioni civili sono tematiche con le quali la stessa Claudia è costretta, suo malgrado, a fare i conti.  

La storia, nello specifico, è frutto dell’immaginazione dell’autrice, ma nello stesso tempo può essere assunta ad emblema di tante storie realmente accadute, storie di amori “malati” non tanto perché si tratta di “poliamori”, quanto per il fatto che essi sono fondati sull’idea di “possesso”.

Stalking e femminicidio, sintomi e modalita’ di difesa

La violenza maschile nei confronti delle donne è un fenomeno complesso che colpisce milioni di donne di tutte le età a livello mondiale. Spesso  è originata e si struttura all’interno di una relazione fondata sulla disuguaglianza e sull’asimmetria di potere tra maschi e femmine. Ancora oggi esistono radicate convinzioni, basate su modelli socio-educativi e relazionali trasmessi da una generazione all’altra, che vedono la donna subordinata all’uomo e pertanto, come un soggetto dipendente nel rapporto affettivo di coppia. La donna viene associata e descritta come persona adibita alle funzioni di cura all’interno della famiglia e, talvolta, questa visione va a discapito della reciprocità e della possibilità di inoltrare richieste basate sui propri desideri e bisogni. All’interno delle mura domestiche spesso si verificano da parte degli uomini comportamenti violenti, di solito attuati all’interno di una relazione affettiva, e ciò talvolta avviene nel completo silenzio della donna. Negli ultimi anni la questione della violenza contro le donne è emersa sempre più, grazie al suo riconoscimento come problema sociale riguardante l’intera collettività, non più confinato solamente all’interno della dimensione privata o familiare. Il maltrattamento nei confronti della donna spesso è un comportamento che viene reiterato nel tempo e, situandosi tra le mura domestiche, tende ad assumere la caratteristica dell’invisibilità. Questa, emerge solamente quando, quasi ogni giorno, i casi riportati dalla cronaca di omicidio domestico, definiti anche con il termine femminicidio, vengono riportati alla luce dai mass media. Questi fatti sono sempre di più segnali di un malessere profondo nelle relazioni sociali tra uomo e donna che si manifesta all’interno della famiglia, contesto nel quale dovrebbero esserci protezione e rispetto, dove le persone cercano amore, accoglienza e sicurezza, ma che per le donne vittime di violenza si trasforma nel luogo meno sicuro, in una gabbia, in un luogo di sofferenza. La violenza sulle donne è prima di tutto una questione maschile soprattutto in termini di responsabilità, un fenomeno che ha origini antiche, un problema complesso e universale perché si presenta in tutte le culture ed è trasversale perché coinvolge donne di ogni classe sociale, di ogni livello di reddito e di istruzione. In tutte le sue forme, la violenza appare come una manifestazione di un esercizio di potere che si esprime attraverso l’uso della forza che può essere fisica, psicologica, economica o politica e implica l’esistenza di un “autore” e di una “vittima” che adottano abitualmente la forma di ruoli complementari, Il primo organismo internazionale che si è occupato di stilare una prima definizione sulla violenza contro le donne è stata l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1993. Questo fenomeno si manifesta spesso con varie modalità, sebbene la violenza fisica sia la più facile da riconoscere, si presenta anche sotto altre forme che diventano spesso plurime ed intrecciate tra di loro. Con il termine stalking, molto diffuso in questi anni, si indica ogni forma di comportamento controllante messe in atto da parte del persecutore sulla vittima. E’ definibile come “un insieme di comportamenti persecutori, sotto forma di minaccia, molestia, atti lesivi continuati che inducono nella persona che le subisce un disagio psichico e fisico e un ragionevole senso di timore”. Anche detta “sindrome del molestatore assillante”, questo fenomeno è caratterizzato da tre aspetti fondamentali, ovvero la presenza di un “persecutore” (o molestatore), una vittima e una relazione tra i due, caratterizzata dall’esercizio del controllo da parte dello stalker, che determina uno stato emotivo di intensa ansia e paura nella vittima. Tali condotte persecutorie rappresentano una modalità relazionale ripetuta nel tempo e vengono attuate di solito quando la donna tenta un allontanamento dal partner violento. Il maltrattante a questo punto interviene perseguitando l’ex partner seguendola negli spostamenti, aspettandola sotto casa, al lavoro, telefonandole e mandandole messaggi o e-mail continuamente. Gli effetti possono essere molti: nella donna viene minato il senso dell’autostima e dell’indipendenza facendola sentire “in trappola”; molte donne riportano disturbi del sonno, difficoltà a concentrarsi fino ad arrivare, nei casi più estremi, a depressioni croniche. Possiamo distinguere 4 tipologie di stalker, che si contraddistinguono per il variare del loro Sistema degli Scopi, quindi dei loro bisogni e desideri verso l’altro.

Il “risentito” rappresenta, di solito, un ex-partner che desidera vendicarsi per la rottura della relazione sentimentale causata, a suo avviso, da motivi ingiusti. Agisce ledendo direttamente la persona, la sua immagine o le sue proprietà (casa, macchina, ecc). E’ il tipo di stalker che pubblica sul web foto o immagini private, aspetta fuori casa o segue la vittima, danneggia la sua macchina, ecc. Ogni comportamento è giustificato dal molestatore sulla base del danno che crede di aver subito, e che in un certo senso lo legittima a rispondere.                                                                                                                                                                             Il “bisognoso d’affetto” è invece quello stalker che è spinto dal bisogno di creare una relazione affettiva con la vittima. Ogni segnale di vicinanza o di confidenzialità espressa dalla vittima viene riletta come chiara espressione del desiderio di contatto e vicinanza emotiva, che giustifica quindi i comportamenti di avvicinamento.                                                                                                                                                                                                        Il “corteggiatore impacciato”, invece, risulta imbranato in termini relazionali e per questo inadeguato all’entrare in relazione con la vittima, che si sente oppressa, “invasa” e aggredita.                                                               Il “predatore” è quello che solitamente è mosso dal desiderio di avere un contatto di tipo sessuale con la vittima, direttamente proporzionale alle reazioni di paura di quest’ultima.                                                                                Lo stalking, è divenuto con la Legge n. 38 del 2009 un reato. L’art. 612-bis del codice penale sancisce che è punito con la reclusione da 6 mesi a 5 anni.                                                                                               Altre norme prevedono misure a tutela della vittima, quali il divieto ad avvicinarsi ai luoghi frequentati dalla vittima o ai suoi familiari e di comunicare con loro. Tante possono essere le motivazioni che trattengono le donne in relazioni maltrattanti: mancanza di mezzi alternativi al sostegno economico, paura di ritorsioni, dipendenza affettiva, apprensione per i figli. Per le donne straniere le difficoltà sono maggiori poiché riguardano la mancanza di sostegno da parte della famiglia, vincoli inerenti il permesso di soggiorno, latente speranza che l’autore delle violenze possa cambiare. Molte donne cercano per mesi o per anni di fare in modo che l’uomo cambi atteggiamento e si decidono a chiedere aiuto e a lasciare il partner violento soltanto quando ogni possibilità di riconciliazione sembra non essere più possibile. E’ difficile trovare nelle donne un desiderio di vendetta nei confronti dell’autore dei maltrattamenti, piuttosto il sentimento che emerge sembra essere legato all’esigenza di far cessare la violenza e spesso di sganciarsi da chi la agisce. Occorre a questo proposito tenere presente che l’isolamento e la perdita di autonomia così come della stima di sé e del controllo sulla propria vita, accentuano le difficoltà nel chiedere aiuto. Molto spesso l’interruzione di una relazione violenta non è riconducibile ad un evento unico e improvviso ma costituisce un processo che matura nel tempo e che magari è accelerato da un evento particolarmente cruento o insostenibile sul piano psicologico. La maggior parte delle donne lascia il partner e ritorna con lui diverse volte prima di decidere di terminare la relazione definitivamente. Il processo che porta a ciò implica fasi di rifiuto, a volte di negazione, di auto-colpevolizzazione e di sofferenza prima che un riconoscimento pieno della violenza permetta alla donna di maturare una consapevolezza della propria situazione e di identificarsi. La prevenzione perciò diventa indispensabile soprattutto nell’individuazione delle donne con un alto rischio di violenza. Prevenzione significa lavorare anche in un’ottica di riduzione del danno e di valutazione del rischio di recidiva, garantendo una maggior protezione alla donna. E’ per questo motivo che bisogna conoscere e approfondire i meccanismi che alimentano questo fenomeno e soffermarsi nelle diverse situazioni che lo connotano per intervenire efficacemente nella lotta contro di esso.    Che la violenza maschile contro le donne nella società italiana paia assumere dimensioni drammatiche è un dato che trova conferma quotidianamente nei fatti di cronaca, sebbene siano avvenute trasformazioni profonde nel tessuto sociale, degli stili di vita e nei notevoli cambiamenti strutturali nella società italiana caratterizzata dal mutamento dei ruoli e dei rapporti tra uomo e donna, ma anche nella struttura delle relazioni familiari e affettive. In questo scenario in modo particolare si evidenzia come la partecipazione sempre più attiva delle donne nel mercato del lavoro, la possibilità di sciogliere il vincolo matrimoniale utilizzando l’istituto del divorzio, la capacità di controllare la riproduzione e di poter scegliere autonomamente di non avere figli, abbiano notevolmente influito nel tessuto sociale con altre donne che possono trovarsi nella stessa situazione, fino alla richiesta di aiuto.                                                                                                                           Il termine femminicidio viene utilizzato per definire gli omicidi contro le donne, in tutte le loro manifestazioni, per motivi legati al genere. Questi tipi di uccisione che colpiscono la donna in quanto donna non costituiscono incidenti isolati, frutto di perdite improvvise di controllo o di delitti causati da patologie psichiatriche, ma si configurano come l’ultimo atto di un continuum di violenza con caratteristiche economiche, psicologiche, fisiche o sessuali. Bisogna denunciare alle prime avvisaglie e non aspettare pensando di fare le crocerossine della situazione o sperando in un cambiamento.

Come si riconosce un amore malato e cosa si intende per vampiri d’amore?

Le coppie perfette non esistono. Alla base di un buon rapporto ci sono il dialogo e l’ascolto dei bisogni del partner, quando l’amore è vero amore, sincero, la coppia si aiuta a vicenda compensandosi. La comunicazione è fondamentale per un rapporto: solo attraverso l’esternazione delle nostre emozioni possiamo riuscire a stabilire un contatto profondo con il nostro partner. Un amore sano è, inoltre, un amore contraddistinto dal rispetto, dall’accettazione dell’altro. Bowlby in questo, ci viene in aiuto, con la sua teoria dell’attaccamento, spiegando come il rapporto che abbiamo avuto sin da piccoli, con i nostri genitori, possa influire sulle nostre future relazioni. L’autore afferma come i bambini che hanno sviluppato legami d’attaccamento sicuri, siano capaci da adulti di sviluppare dei rapporti sani.                                                                                                                      Al contrario, chi non si è sentito amato e incoraggiato, potrebbe ritrovarsi a vivere delle relazioni non sane.    Quando parliamo di amore malato, troviamo sofferenza, violenza psicologica, frustrazione e depressione. Quando inizia una relazione è tutto perfetto, o meglio, tutto appare perfetto, si tratta della fase dell’innamoramento, un momento magico, fatto di sogni e promesse. Con il tempo, il rapporto si rafforza e stabilizza e ci si imbatte in battibecchi e incomprensioni ma se tutto ciò avviene senza rispetto dell’altro, potremmo trovarci di fronte ad un “amore malato” fatto di prevaricazione, manipolazione fino ad arrivare alla violenza pur di ostacolare la libertà dell’altro e cercando di allontanarlo da tutti e da tutto.                      Quando l’amore non è amore. Quando la libertà dell’altro non è più degna di essere chiamata tale. Quando il rapporto che stiamo vivendo diventa tossico. Per questo è importante dire che se fa male non è amore: il dolore, la sofferenza reiterata, il senso di colpa o il sentirsi inadeguati, non fanno parte di questo sentimento. andando alla ricerca di qualcuno su cui riversare le proprie insoddisfazioni.                                                                                                                                                                                          Un amore malato dunque genera sensazioni ed emozioni negative: insicurezza e senso di inadeguatezza sono all’ordine del giorno, per non parlare dell’umore: chi si ritrova a vivere un rapporto di questo tipo, si irrita facilmente, sperimentando ansia e disturbi anche a livello del sonno.

Esistono vari tipi di amore malato, ognuno con i suoi segnali tipici che ne consentono l’identificazione.

Dipendenza affettiva. Il fatto di non riuscire ad allontanarsi dal partner dipende da una profonda insicurezza e implica un’estrema limitazione della libertà. In realtà una coppia sana deve essere un insieme di due individui separati che si rispettano, mantenendo intatta la propria individualità.

Amore narcisista. In un rapporto narcisista è sempre presente una buona percentuale di manipolazione poiché un partner assume il ruolo di giudice spesso pronto a colpevolizzare l’altro. Il narcisismo amoroso deriva di solito da traumi pregressi nella vita affettiva, che hanno segnato profondamente la sfera psico-emotiva della persona.

Amore vittimista. Chi mostra la tendenza a fare la vittima non fa altro che mettere in atto una forma di raffinato ricatto che, in alcuni casi, può portare a una simbiosi sentimentale. In tali situazioni si formano dei binomi vittima/approfittatore, che spesso sono in grado di trovare un loro equilibrio. Traumi legati alla sfera affettiva e problemi di autostima sono le cause principali di questi rapporti malati.

Amore oppressivo/ossessivo. Alla base di un amore oppressivo e ossessivo c’è sempre la gelosia, che condiziona ogni azione dei partner, sia del geloso sia della vittima di tale gelosia. Anche in questo caso si instaura una forte dipendenza affettiva che limita la libertà di coppia.

Amore co-dipendente. Tipico di persone narcisistiche, l’amore co-dipendente rappresenta una forma più sottile di manipolazione psicologica poiché potrebbe sembrare che entrambi i componenti della coppia siano dipendenti tra loro. In realtà ci sono una vittima e un carnefice, che si fanno vicendevolmente molto male.

Sono previste presentazioni online?

Al momento sono previste solo presentazioni in presenza all’interno di biblioteche e attività private.

Francesca Rossetti

Francesca Rossetti

Giornalista iscritta all’albo, attiva nel Sociale e per i diritti umani