LUDOVICO IL MORO E LEONARDO DA VINCI NELL’OPERA DI FABIO LOPEZ NUNES

LUDOVICO IL MORO E LEONARDO DA VINCI NELL’OPERA DI FABIO LOPEZ NUNES

Ludovico Il Moro e Leonardo da Vinci sono due figure storiche di primo piano che tutti noi ricordiamo dai tempi della scuola e che rivivono nelle pagine di un bellissimo libro di Fabio Lopez Nunes che ci racconta di questi due grandi personaggi.

Chi è Fabio Lopez Nunes e come nasce l’idea di un libro su Ludovico Il Moro e Leonardo da Vinci?

Sono un architetto che nella propria vita ha diretto un parco naturale regionale (le Groane) per oltre vent’anni ed è stato dirigente di diversi settori ambientali e di mobilità sostenibile delle Province di Milano e Monza e del Comune di Milano. Nel mio DNA c’è la matrice dello scrivere, in particolare di cose milanesi. Scrivevano mio padre Guido (su Milano), suo fratello nonché mio zio Roberto (noto storico medievista dell’Università di Yale), mio nonno Sabatino (commediografo della prima metà del Novecento). Dopo la morte di mio padre (2010) ho preso in mano l’eredità del suo patrimonio: non era di pecunia, bensì di conoscenze e di lettere, specie su Milano e la sua storia. Molto copiosa era la documentazione sugli Sforza e su Leonardo. Quando cominci ad avvicinare le vicende del vinciano, ne rimani accalappiato come una calamita; mi ci sono immerso a capofitto.

L’idea mi è nata tanti anni fa, in un viaggio per la Loira con mia moglie, quando mi resi conto che solo 30 chilometri separavano Loches (dove morì Ludovico il Moro) da Amboise, ultima dimora di Leonardo. La storia ci tramanda che il duca milanese passò a miglior vita attorno al 1508, ma siamo di fronte a notizie piuttosto incerte. Per questo mi immaginai che, se nel 1516 fosse stato ancora vivo, i due si sarebbero potuti incontrare. Ovviamente non fu così. Mi sono preso la libertà di fantasticare attorno a questo incontro che non c’è stato. Dopo aver riscritto “La Roba e la Libertà – Gli Sforza, Leonardo e Ludovico” buona parte sui testi di mio padre, ho avuto a disposizione le conoscenze per comporre questa narrazione. Un pretesto per mettere a confronto i due personaggi anziani, liberi da vincoli di potere o di commessa, per dirsene di ogni. Come in ogni romanzo, il finale è a sorpresa.

Cosa accomuna questi due grandi personaggi e quale è stata la loro influenza sulla storia del tempo?

Leonardo e Ludovico erano coetanei, entrambi ambiziosi a loro modo: per Leonardo la vita era libertà di pensiero, il dominio della ragione, e la sfida nella ricerca continua di nuove “sperienze”, come lui le chiamava; per Ludovico Sforza era la Roba, il possesso e il potere, l’espansione del dominio suo e della sua casata sulle terre e sulle genti. Tra il 1483 e la fine del 1499 Leonardo lavorò a Milano al soldo di Ludovico, e fu per la città, per l’Italia e per il mondo di allora, un sodalizio chiave nel passaggio dal medioevo all’età moderna, con l’affermazione dell’Umanesimo. Lo Sforza, pur nella tracotanza tipica del potente, ebbe la lungimiranza di offrire a Leonardo (e non solo a lui: si pensi a Bramante, a Pacioli, all’Amadeo) lo spazio per lavorare d’ingegno; oggi possiamo affermare senza dubbio che quei quindici anni d’esperienza milanese, unitamente ai sette successivi sotto dominio francese, furono il periodo più fervido della produzione scientifica, ingegneristica ed artistica del grande mancino.

In che modo si incontrano nel Suo romanzo?

Qui c’è l’invenzione: l’incontro non è mai avvenuto, né sarebbe potuto avvenire. Il Moro morì molto prima dell’arrivo in Francia di Leonardo. Ma se così non fosse stato (attenzione: la storia non si fa sui se, e quindi stiamo parlando di finzione), allora è plausibile che il Re di Francia, il giovane Francesco I Valois, fosse stufo di ricevere dalla prigione di Loches le continue lamentele del vecchio Sforza per essere rinchiuso a vita in quella cella in cima alla torre medievale: lamentele che effettivamente vi furono e sono documentate persino sui graffiti nella cella del maschio, oggi museo. Altrettanto plausibile che avrebbe potuto chiedere al Maestro appena giunto ad Amboise di andare costì a cercare di “ammansire” il duca prigioniero. D’altra parte, il toscano arrivò sulla Loira con lettera d’invito scritta e firmata direttamente di proprio pugno da Francesco I Valois e dalla sua consorte e Leonardo era in debito d’ospitalità e lauta provvigione offerta dal re; la nomea dell’artista ed ingegnere era universale, così come era ben noto il rapporto di collaborazione intenso che egli ebbe con lo Sforza. Il racconto dell’incontro è in realtà un pretesto ironico per mettere a confronto proprio le peculiarità di approccio diverso che ebbero i due alle vicende milanesi, Leonardo da Vinci e Ludovico il Moro.

Il rapporto fra Italia e Francia all’epoca ed il loro ruolo nel panorama storico e politico europeo del tempo

Parigi, Costantinopoli, Venezia, Napoli e Milano erano le città cardine dell’Europa di quei tempi; la Francia era una nazione, un regno cardine del continente, in rapporto dialettico con l’imperatore d’Austria Massimiliano d’Asburgo; l’Italia, no, non lo era più dalla caduta dell’Impero Romano: era una sommatoria di staterelli assai litigiosi fra loro, con al centro una sede Pontificia, incapace di scegliere fra il Regno dei Cieli e quello terreno (assai più protesa verso quest’ultimo). Ma Milano, in particolare, proprio grazie a Francesco Sforza e ai suoi figli (Galeazzo Maria e Ludovico), ebbe la capacità di sviluppare una politica industriale proiettata verso l’esterno. La cerchia dei Navigli, da cintura difensiva, era divenuta corridoio per le merci e le imprese si affacciavano su di essa con le loro sciostre, ovvero con specifici approdi protetti, che divennero il veicolo primario dei commerci. L’industria serica sforzesca divenne in breve tempo una primazia: arrivavano commesse da tutto il mondo per acquistare i fini broccati e le tessiture degli artigiani locali, tanto da fare della città la capitale del “fashion” anche allora, per usare un termine contemporaneo. Non era un caso che Milano fu la prima città al mondo ad avere, fin dal Medioevo, un canale navigabile, il Naviglio Grande, e la prima a realizzare le conche per la risalita dei barconi (successivamente perfezionate proprio da alcune intuizioni di Leonardo stesso e di altri). La conquista francese della città (1499) fu dovuta proprio all’ambizione del Re di allora – Luigi XII, predecessore di Francesco I – di allargare il dominio del giglio sull’Europa, avendo di mira l’opulenza della città lombarda ed usando il pretesto che egli stesso fosse nipote, come lo Sforza, di un Visconti, Gian Galeazzo, e quindi legittimato al Ducato. Ludovico, sebbene fu molto lungimirante nella politica interna del ducato e nell’espansione economica e industriale, fu un disastro in politica estera, ammiccando dapprima ai francesi stessi, in contrapposizione a Venezia e Napoli, per poi pentirsi, percepito il disastro diplomatico, e passare dall’altra parte della barricata, cercare appoggio presso gli Asburgo, combattere i francesi ed uscirne sconfitto. Come annotò Leonardo nella prima pagina di un suo taccuino (man.L), nel 1500: il duca perso lo stato ella roba ellibertà e nessuna sua opera si finì per lui”.

Il ruolo di Suo padre Guido negli studi storici e letterari su Milano

Mio padre Guido si avvicinò agli studi sulla città all’inizio degli anni ’60 quando gli fu proposto di scrivere per Mursia una guida; e fu “Milano in Mano”, uscito nel 1965 (un anno dopo l’apertura del metrò rosso). Quell’edizione venne esaurita in pochi giorni, e da allora il libro è stato rieditato in continuo e sempre aggiornato da lui stesso alle novità che si presentavano; ne furono prodotte più di 100.000 copie. Dopo la sua morte, avendo io seguito mio padre, fin da bambino, nei suoi peregrinamenti metropolitani (e un po’ per suo lascito nell’informale testamento scritto a penna in un quadernetto), ho proseguito nell’aggiornamento; due edizioni (2015 e 2018) sono uscite col mio apporto. Guido ebbe poi l’opportunità di scovare alcuni testi poco conosciuti negli archivi storici del periodo sforzesco, in particolare il ricchissimo epistolario d’ambasceria fra Milano e Ferrara, opera di Jacopo Trotti, dove trovò una fonte inesauribile per lavorare e scrivere molto sul Rinascimento ambrosiano. Inevitabile, dunque, fu affrontare Leonardo da Vinci; il suo lavoro “La Roba e la Libertà” fu un testo interpretativo dell’opera sua a Milano che ebbe il plauso di Carlo Pedretti, uno fra i massimi leonardisti del secolo scorso (oggi scomparso). E mi auguro rimanga anche ora importante, con la riedizione da me riscritta ed integrata alle novità storiografiche di questi anni e nonché con una mia personale ricerca sull’urbanistica di quegli anni e sulle vicende del celebre Cavallo Sforza. Quello che Leonardo arrivò a modellare in creta, ma non riuscì a fondere nel bronzo, poiché il Moro aveva dirottato rame e stagno a Ferrara, a saldo di un pesante debito nei confronti del duca d’Este, a sua volta alle prese con le offensive dalla laguna. Gigante d’argilla che proprio i francesi, conquistata Milano, distrussero a colpi di spingarda.

Sono previste presentazioni a breve?

Ci stiamo lavorando, ovviamente non è semplicissimo per via della pandemia, ma contiamo di essere presenti a Bookcity e in alcune librerie della città; magari anche su qualche iniziativa on line.

Francesca Rossetti

Francesca Rossetti

Giornalista iscritta all’albo, attiva nel Sociale e per i diritti umani