ALLA SCOPERTA DEL GIAPPONE CON ANTONIO MOSCATELLO

ALLA SCOPERTA DEL GIAPPONE CON ANTONIO MOSCATELLO

Il Paese del Sol Levante è da sempre sinonimo di storia millenaria e progresso tecnologico, una sorta di fusione passato – presente del quale ci parla Antonio Moscatello, autore di “A tutto Giappone”

Chi è Antonio Moscatello e come nasce la passione per il Giappone?

Ho 51 anni e faccio il giornalista in un’agenzia di stampa, l’Askanews. Prima di fare il giornalista, però, ho seguito un percorso di studi orientalistici. Mi sono laureato all’Orientale a Napoli avendo come principale campo di studi proprio la lingua, la letteratura e la storia del Giappone.

Il perché mi avvicinai agli studi nipponistici è difficile dirlo, ormai dopo tanti anni.

Probabilmente fu “per errore”: fatta la maturità avrei voluto studiare il cinese, ma io mi diplomai nel 1989, anno della strage di piazza Tiananmen. Così decisi di deviare verso il giapponese esagerando, nella mia ignoranza, i punti di contatto tra le due grandi civiltà asiatiche. Però, approfondendo lo studio del Giappone e coi primi viaggi nel Sol Levante, il paese e la sua cultura mi affascinarono completamente e così decisi di proseguire e di farne uno dei fulcri principali delle mie attività future. 
Ogni paese è diverso dagli altri e uguale agli altri, a modo suo. Un aspetto peculiare del Giappone che colpisce è certamente l’organizzazione. Ma, attenzione, è un’organizzazione che funziona soprattutto nelle situazioni normali: oggettivamente il Giappone va sempre un po’ in panne quando emerge l’imprevisto, come stiamo vedendo nel percorso di avvicinamento ai Giochi olimpici. 

Un altro aspetto assolutamente peculiare è il culto dell’esteriorità. Conoscendo il paese ci si rende conto di quanto sia importante l’impressione che si dà all’esterno. Non parlo solo di aspetto fisico, di moda, tutt’altro. Parlo di approccio all’altro che deve essere il più possibile ordinato, gentile, mai fuori dalle righe. Questo ovviamente ha un contraltare: un atteggiamento gentile può nascondere una repulsione di fondo, una forma d’ipocrisia. Uno dei principali scopi dei tre libri che ho scritto negli ultimi due anni e mezzo – e in particolare di quest’ultimo – è proprio quello di fornire a lettori non specialistici, ma interessati al Giappone, una cassetta degli attrezzi per grattare la superficie ed entrare un po’ più in profondità nella cultura nipponica. 

Aspetti particolari di questo Paese che lo rendono diverso da tutti gli altri

E’ una domanda difficile, alla quale non so rispondere in uno spazio breve. Dobbiamo pensare a due culture che si sono formate e sviluppate lungo traiettorie profondamente diverse. Il portato della tradizione giudaico-cristiana per noi, quella delle stratificazioni concettuali dei culti originari che conosciamo oggi col nome di shinto, del buddismo e del confucianesimo d’importazione cinese per il Giappone fanno sì che noi abbiamo sviluppato sistemi di vita per molti aspetti diversi. L’enfasi sull’individuo nella cultura occidentale – con i suoi vantaggi, ma anche con le responsabilità che comporta – è quasi opposta a quella che viene impressa sulla famiglia, sul gruppo nella cultura nipponica. Eppure, dopo oltre un secolo e mezzo di esposizione potente alla cultura occidentale, anche i giapponesi sono molto cambiati e queste differenze non andrebbero mai assolutizzate. Le differenze, insomma, sono vieppiù relative. Istintivamente io provo a concentrarmi sui punti di contatto, che è più facile trovare nei livelli più basilari della vita nipponica. Per intenderci: una serata in un’izakaya – un’osteria – mi è utilissima per capire cosa succede nella “pancia” del Paese, ma solo grazie al fatto che i giapponesi sono ciarlieri e amiconi un po’ come noi italiani nelle situazioni di socialità. Lì, se si toccano i tasti giusti, cade il muro dell’esteriorità. Nell’evidenziare le differenze culturali, insomma, bisogna partire da un assunto: esse non sono mai tali da impedire che tra noi e loro ci sia un canale di comunicazione sincero e fuori dagli schemi. Certo, bisogna conoscere delle regole, dei rituali, dei sentieri d’accesso.

La Sua esperienza in Giappone

Sono stato in Giappone la prima volta nel 1992. Dopodiché ci ho vissuto per alcuni anni e ci torno sistematicamente per motivi di lavoro e anche di svago.

Il primo impatto col Giappone è sempre piuttosto netto: o ti piace, o lo detesti. Se ti piace e ci vivi più a lungo di un semplice giro turistico, devi mettere in conto il fatto che alcuni lati del modo di vivere e ragionare dei giapponesi non li accetterai mai. In questo senso, da italiani (e per fortuna non ci manca la flessibilità mentale e la potentissima arma dell’ironia) possiamo adottare anche la strategia di ignorare alcuni degli aspetti più indigesti del modo di vita nipponica: in Giappone siamo e resteremo sempre gaijin, cioè forestieri. Ospiti graditi, magari, ma stranieri, quindi mai in grado di essere considerati pienamente integrati (anche se pure questo concetto non va assolutizzato: le cose cambiano anche in Giappone). 

Essere gaijin ha i suoi svantaggi, ma anche qualche vantaggio. Non è richiesta, per esempio, al gaijin una conoscenza dell’articolato sistema di rituali sociali che invece è un obbligo per gli amici giapponesi. Quindi se pure si sbaglia qualcosa, non è un gran problema. Con una battuta si può dire che può essere utile ogni tanto “fare il gaijin per non andare alla guerra”. Il che non vuol dire comportarsi in maniera scortese e maleducata, ma semplicemente giovarsi della flessibilità che viene concessa a chi non è pienamente immerso nella cultura nipponica dalla nascita.

Opere giapponesi di grande rilievo e il loro significato simbolico e storico

La tradizione letteraria giapponese è una delle più imponenti al mondo. Si va dalla Storia di Genji, il principe splendente, la grande narrazione delle vicende del più grande amatore della storia nipponica scritto nell’XI secolo scritta dalla dama di corte Murasaki Shikibu, ai romanzi contemporanei che sono sempre più tradotti anche in italiano. Io consiglierei, senza troppo cercare specificità nipponiche, una serie di opere letterarie di diverse epoche in cui immergersi per conoscere quel mondo e, in realtà, anche per capire un po’ meglio il nostro. A partire dal Genji, può essere interessante poi leggere le storie raccontate nel XVII secolo da Ihara Saikaku ambientate nei quartieri di piacere; o anche le storie di fantasmi del XVIII secolo di Akinari Ueda (Racconti di pioggia e di luna). Andando più nella modernità: i racconti di Ryunosuke Akutagawa; i romanzi di Natsume Soseki; quelli della triade Junichiro Tanizaki, Yasunari Kawabata e Yukio Mishima. E, come autori contemporanei, certamente Kenzaburo Oe e Haruki Murakami. C’è poi l’ultimissima generazione tutta da scoprire: in questo momento è un corso un vero boom editoriale di letteratura giapponese e sono tanti gli autori disponibili, alcuni dei quali molto validi. 

Eviterei, invece, molti dei romanzi di scrittori occidentali ambientati in Giappone. Alcuni sono anche validi, per carità: non voglio criminalizzare quello che sta diventando ormai un genere. Ma il rischio è d’imbattersi in un irritante esotismo, che personalmente trovo detestabile. O di cullarsi nel tepore della conferma di luoghi comuni, che sono un’altra manifestazione – certo più gentile ma non meno pericolosa – del razzismo. 

Sono previste presentazioni online?

Per il momento ancora non ho un programma specifico. Ma per me le occasioni di incontro sono fondamentali. Se la situazione sanitaria lo consentirà, mi piacerebbe fare una serie di presentazioni in presenza come ho fatto con i libri precedenti. Invece, a situazione invariata, allora si programmeranno una serie di incontri online. 

Francesca Rossetti

Francesca Rossetti

Giornalista iscritta all’albo, attiva nel Sociale e per i diritti umani