EDOARDO TURBIL, DA TORINO A NEW YORK ALLA SCUOLA DI “SARANNO FAMOSI”

EDOARDO TURBIL, DA TORINO A NEW YORK ALLA SCUOLA DI “SARANNO FAMOSI”

Negli anni ’80 la bellissima serie tv “Saranno Famosi – Fame” ha appassionato milioni di ragazzi in tutto il mondo che hanno rivissuto i propri sogni nelle avventure artistiche dei protagonisti della High School of Performing Arts di New York. Oggi siamo con il giovane pianista torinese Edoardo Turbil che è docente alla scuola di “Fame” e che ci racconta della sua vita in questo magico ambiente.

Chi è Edoardo Turbil e come nasce la passione per il pianoforte?

Sono nato a Torino, e provengo da una cittadina di provincia, Torre Pellice. Ho iniziato lo studio del pianoforte a quattro anni. A dieci anni sono stato accettato nella classe di Maria Tipo, una pianista e pedagoga di livello internazionale, che mi ha guidato nello studio della musica per più di dieci anni. Per questa ragione, a diciotto anni mi sono trasferito a Firenze—che considero la mia seconda città natale—dove ho vissuto per diverso tempo. Parallelamente, ho studiato fin da piccolo e fino all’eta’ adulta con Andrea Lucchesini, uno dei grandi nomi della scena pianistica nazionale ed internazionale contemporanea.

Segreti e particolarità di questo strumento rispetto agli altri

Il pianoforte è un ingegnoso “marchingegno tecnologico,” inventato da un italiano, Bartolomeo Cristofori, nel 1700 a Firenze. Rispetto agli strumenti ad arco, è relativamente facile da imparare all’inizio, ma incredibilmente difficile da padroneggiare. Il punto di forza del pianoforte è chiaramente la possibilità e capacità di produrre più suoni simultaneamente. Questa abilità risulta essere inversamente proporzionale all’abilità di controllare il suono una volta prodotto. Riassumendo in una sola frase, l’obbiettivo forse più elevato di un pianista professionista rimane quello di riuscire, dopo una vita intera di lavoro e pratica, a dare l’impressione di linee legate, imitando il più possibile la voce umana, gli strumenti monofonici dell’orchestra, o addirittura l’orchestra intera.

Lei è docente alla scuola del telefilm “Saranno Famosi”: come vi è arrivato?

Nel 2013 ho deciso di intraprendere un’esperienza educativa all’estero. Ho scelto la Grande Mela, visto lo stato di prestigio culturale che New York possiede in America e nel mondo. Dopo aver fatto le audizioni e gli esami d’ingresso sono entrato alla Manhattan School of Music per il Master’s of Music in Piano Performance, terminato il quale ho deciso di continuare il mio corso di studi proseguendo con un Dottorato. Una volta superati gli esami, sono entrato alla Juilliard nel programma DMA (Doctor of Musical Arts).

Com’è la vita alla Julliard e quali discipline vi si insegnano?

Stressante ma stimolante. La competizione è molto alta, ed il senso di responsabilità che deriva dal fatto di frequentare un’istituzione prestigiosa (e con rette da capogiro, anche se borse di studio sono delle volte possibili) può delle volte risultare pesante. La vita è simile a quella che noi Italiani vediamo nei film americani che arrivano da noi, conosciuta come la “College Experience.” È difficile riassumere in poche parole, ma sicuramente uno dei punti di forza della Juilliard, in particolare, è che si trova al Lincoln Center, il cuore musico/culturale della città e delgli USA in generale. A due passi si trovano infatti il MET Opera House, David Geffen Hall, Alice Tully Hall, American Ballet David Koch Theater, Carnegie Hall, etc. . .

La Juilliard ha tre divisioni: musica, danza, e teatro. Per la musica, si insegnano tutti gli strumenti dell’orchestra e oltre. Ci sono le discipline di classica, historical performance, e jazz. I programmi sono svariati (bachelor, master, advanced diploma, DMA, etc. . .)

Come nasce la collezione dei pianoforti Steinway che vi è all’interno?

L’evoluzione esatta non la conosco. So che la Juilliard e’ stata per molto tempo una all-Steinway School. Uno dei vantaggi delle Universita’ prestigiose americane è l’accesso a strutture, impianti, e servizi di alto livello. Questo ne è un esempio. La Juilliard non è più una all-Steinway school (circa 260 pianoforti, di cui 248 sono Steinway), avendo acquisito pianoforti da concerto di altissimo livello di altre marche (Yamaha, Kawai, Boserndorfer, Fazioli). I coda e grancoda della compagnia italiana di Paolo Fazioli sono particolarmente apprezzati. Tuttavia, il rapporto con la Steinway rimane privilegiato, con rappresentanti della suddetta che vengono puntualmente a presentare le ultime novità agli studenti. L’ultimo esempio, antecedente alla pandemia, è stato quando la Steinway ha presentato alla Juilliard in anteprima il progetto Spirio Player Piano, un prodotto che ho provato con mano, e che penso sia, come si dice in America, “mind-blowing,” e che possieda potenziali pedagogici e artistici vastissimi. Un vero “game changer,” per usare nuovamente un idioma inglese.

Come si accede alla scuola e da dove provengono gli studenti che la frequentano?

La Juilliard vanta un’alta presenza straniera, tra le più alte tra le istituzioni americane (quasi un terzo, una cifra molto alta se si pensa a come i costi delle istituzioni Americane siano piuttosto proibitivi per noi Europei, per cui l’educazione universitaria è, in paragone, virtualmente gratuita). La maggior parte degli stranieri proviene dai paesi Asiatici, almeno nella divisione musica.

I processi di ammissione variano da programma a programma. Per quanto riguarda gli strumenti con carriere performative, c’è chiaramente sempre un’audizione. Il programma di Dottorato che ho frequentato prevedeva—oltre al pre-screening e all’audizione vera e propria di fronte al piano panel—un’intervista tecnica con la commissione dei dottorandi, un esame di storia e teoria, più tutta la documentazione da mandare (lettere di raccomandazione, transcripts, TOEFL, saggi come esempio di scrittura accademica, WES, GRE in certi casi, etc..).

Qualche episodio particolare o docente speciale, un po’ come accadeva in “Saranno Famosi”…

Non ho mai visto “Saranno Famosi,” anche se ne ho sentito parlare. Quello che posso dire è che il più delle volte la rappresentazione degli ambienti musicali (esteri, ma anche italiani) nei film e nelle serie televisive è, a mio avviso, assolutamente ridicola, non veritiera, e delle volte rappresentativa di messaggi, secondo me, sbagliati. 

Penso al nuovo film uscito nel 2014, Whiplash, che narra la storia di un batterista iscritto ad una scuola prestigiosa americana (che sembra ammiccare alla Juilliard in modo assai evidente). Anche se ho apprezzato il film in generale, la caratterizzazione (o mis-caratterizzazione) dei personaggi sfiora il paradossale. Nessuna istituzione tollererebbe dei comportamenti simili, sia da parte di studenti, sia da parte di insegnanti. L’ambiente è in generale molto molto competitivo, vero, ma agli insegnanti è ascritto un senso di responsabilità nel trattare gli studenti che prevede un approccio sempre costruttivo e abilitativo. Gli studenti (anche considerando il fatto che pagano un sacco di soldi!) devono poter trarre il massimo dall’esperienza educativa. La mia insegnante, la capo dipartimento di pianoforte Yoheved Kaplinsky, visto la sua reputazione internazionale, ha la nomea di essere un’insegnante particolarmente severa e “demanding.” Sicuramente richiede standard di alto livello, ma dopo averla conosciuta, posso dire che raramente mi è capitato di aver a che fare con una persona così gentile e attenta nei modi. Lei stessa critica approcci aggressivi nei confronti degli studenti. La mia insegnante Italiana Maria Tipo aveva un approccio più “diretto,” e quando c’era da criticare non aveva peli sulla lingua. Ma anche quando c’era da elogiare. Con lei, non potevi fare a meno che sentirti aiutato e assistito nel migliore dei modi, nel bene e nel male.

Ad ogni modo, di nuovo, ci sono così tanti errori nei cine racconti che si vedono degli ambienti scolastico/musicali; raramente riesco a vederne uno fino alla fine. Alcune libertà possono essere motivate da fini artistici, ma la maggior parte sono, a mio avviso, grossolane e paradossali. Mozart in the Jungle è un altro esempio di caratterizzazione, secondo me, cliché e banale, che conferma l’immaginario che hanno i non-musicisti dei musicisti, ma che poco c’entra con la realtà delle cose. Noi Italiani abbiamo anche l’esempio dei talent shows televisivi, come Amici o Italia’s got Talent, i quali dipingono un evento di carattere multiforme: una scuola/competizione/show. Tuttavia, anch’essi rispettano dinamiche differenti rispetto a scuole reali. Non esiste istituzione che tollererebbe “battibecchi” caustici e, soprattutto, pubblici tra docenti, o umiliazioni o denigrazioni di studenti.

Ancora non mi è capitato di vedere una rappresentazione sul grande o piccolo schermo che racconti in modo verace e veritiero la vita artistica di studenti di musica, siano essi nei conservatori italiani o nelle università americane. E ce ne sarebbero di cose da raccontare. . .

Differenze di vita scolastica e non rispetto all’Italia

Le università americane sono città vere e proprie, con campus che offrono servizi completi e disparati (servizi medici, palestre, psicologi, centri di meditazione, fisioterapisti, giusto per nominare alcuni), e il più delle volte hanno capacità di strutture superiori ai conservatori italiani. Considerato il fatto che molte delle università americane sono private, l’organizzazione e il management delle stesse viene visto con un occhio prettamente imprenditoriale e manageriale (assieme ai pro e i contro che ne derivano). I conservatori italiani sono più “sostanza” e meno forma e aspetto. I soldi sono molti meno, visto la natura pubblica di tali istituzioni, e le risorse sono riversate a mantenere alti gli standard di servizi educativi considerati essenziali. Ci sono pochi coriandoli in Italia, ma ciò non significa che l’educazione sia inferiore. Per quanto riguarda il pianoforte, la tradizione educativa italiana era considerata tra le migliori europee. Negli ultimi anni sono state fatte delle riforme che hanno cercato di incontrare il progresso e stare al passo coi tempi (che cambiano ad una velocità sempre più esponenziale), e i cui benefici sono aperti al dibattito. Rimane il fatto che l’Italia sforna talenti impressionanti ogni anno ed è un Paese con un potenziale altissimo dove, in sostanza, si studia bene, ma si lavora male. L’America, au contraire, è guidata (e ossessionata) dall’idea del prestigio (che, se uno pensa all’espressione “gioco di prestigio,” sembra sottendere l’idea di un inganno). Alcuni delle istituzioni americane d’élite sono istituzioni fondamentalmente prestigiose, e tale prestigio si traduce in opportunità reali. In ambito musicale, la situazione è più complessa, ma sicuramente non esiste un’istituzione musicale italiana che abbia la visibilità ed il prestigio della Juilliard nel mondo. In questo gli Americani sono i migliori. Per quanto riguarda l’educazione in sé e per sé, l’Italia (e l’Europa) sicuramente possono far scendere in campo eccellenze al pari delle grandi università americane. Basti pensare che in America non si studia (o si studia male) il solfeggio, uno dei capisaldi dell’educazione musicale italiana ed europea.

Gli USA ed il talento

Come ho accennato nella risposta precedente, lo status di alcune istituzioni americane riesce ad attrarre talenti nazionali ed internazionali, che partono già con doti di rilievo. Detto questo, non sono sicuro della domanda. In generale, il rapporto tra musica/arti performative e talento si sta sicuramente evolvendo, soprattutto nell’arte, un campo sostanzialmente soggettivo (o sicuramente soggettivo a livello individuale), in cui non esistono convincenti teorie oggettive ed esaustive di competenza. Il talento è considerato la condicio sine qua non, ma non è più sufficiente. Ciò che viene premiato, soprattutto in America, è la capacità imprenditoriale e creativa di mettere a frutto le proprie doti, qualunque esse siano. Lontani sono i tempi in cui un musicista di talento poteva soltanto pensare a studiare e suonare. Oggi i musicisti devono essere veri propri agenti di sé stessi (anche se hanno già degli agenti ad aiutarli), promotori di nuove idee creative, devono capire il mercato, e devono essere in grado di incontrare la domanda con mezzi nuovi e avvincenti. Per esempio, io sono in generale critico dei social media, o per lo meno dell’uso che di solito se ne fa, ma oggi sembra impossibile e folle essere un artista e non avere una social presence. Potrei nominare diversi personaggi nel campo musicale che fanno un uso, a mio avviso, quantomeno curioso (per essere generosi) dei social media, per scopi proporzionali, ma non voglio aprire un vaso di Pandora. Dall’altra parte dello spettro, tuttavia, conosco colleghi che sono riusciti a fare carriera passando non dalle strutture tradizionali e, per certi versi, oramai obsolete, ma quasi esclusivamente attraverso un uso geniale, creativo, e intelligente dei social media. Ho molta stima di queste persone, che posseggono un intuito imprenditoriale, un senso creativo, ed un’iniziativa personale superiori ai miei, senza dubbio.

Concerti Online…

Altro vaso di Pandora. Ho una posizione ambivalente al riguardo. Sono assolutamente a favore se presentati come surrogati di un’attività teatrale e musicale in presenza che non è possibile, vista, per esempio, una pandemia. Il pericolo è che l’attività promozionale delle iniziative online finisca per esagerare i benefici, facendo passare il concetto che il concerto online è come il concerto in presenza, con solo vantaggi in più (puoi stare a casa tua sul divano, non ti devi vestire, non devi uscire, puoi mangiare mentre ascolti, etc. . .). Tralasciando un momento la situazione eccezionale creatasi con la pandemia, è indubbio che l’avanzamento tecnologico di piattaforme come YouTube ha prodotto dei vantaggi quasi incredibili ed impensabili fino a qualche tempo fa. Il fatto, per esempio, che tutto il repertorio musicale sia virtualmente disponibile all’ascolto e alla consultazione con un solo click, è un vero e proprio miracolo, che aumenta il potenziale culturale ed educativo di ogni musicista. Tuttavia, guardare un video su Youtube e andare ad un concerto non sono la stessa cosa! Intanto, da un punto di vista prettamente sonico-tecnico, l’avanzamento tecnologico dell’equipaggiamento audio, anche se elevatissimo, è ancora lontano anni luce dalla qualità di un concerto reale in un auditorium. Si pensi semplicemente a quanti millenni (letteralmente) di evoluzione umana si riversano in un’ora di concerto orchestrale presentato al Teatro alla Scala di Milano, a partire dagli strumenti che suonano, all’acustica della sala, e al tranining dei musicisti stessi. . .

Tuttavia, anche se le cuffie di casa potessero in qualche modo riprodurre in modo fedele l’esperienza uditiva del concerto reale, quello che verrebbe a mancare è l’aspetto prettamente sociale. Chiunque abbia studiato la storia della musica sa perfettamente che l’evento musicale è sempre stato inesorabilmente legato alla sua componente sociale, e lo è tuttora (eccome!). Non è questo il luogo per analizzare il rapporto tra evento musicale e dimensione sociale, ma basti sapere che eliminare quest’ultima equivale a rimuovere uno degli aspetti primari dell’“esperienza” concerto.

Sentire i concerti su Youtube rimane un mezzo efficacissimo da un punto di vista promozionale (da parte dell’artista), e da un punto di vista culturale (da parte dell’ascoltatore). È ottimo andare su Youtube e ascoltarsi tutti i quartetti di Beethoven, per aumentare la propria conoscenza, erudizione, e comprensione di un dato compositore/stile/argomento.

Ma il concerto reale rimane insuperabile da un punto di vista emozionale, sociale, sonoro, meditativo, ed esperienziale in generale. Sicuramente a partire dalla musica puramente strumentale e tonale dei compositori barocchi Italiani (ma anche prima), la musica classica ha richiesto, per la sua fruizione, un investimento cognitivo di attenzione da parte dell’ascoltatore continuo (una moneta sempre più rara oggigiorno), un investimento che è ancora più difficile da ottenere se sono sul divano di casa e sto ascoltando un concerto, ma al contempo ho altre cinque finestre aperte e sto multitasking. La musica perde significato, e bisogna stare attenti a promuovere iniziative che, seppur nobili in intento, trasmettono il messaggio che la musica classica si può ascoltare con mezzo cervello, mentre scrollo Facebook e rispondo alle email. La musica dei grandi compositori del passato e del presente non è musica da supermercato o da aeroporto, e iniziative che promuovono tale messaggio sono, a mio avviso, “ill-advised.” Senza contare l’aspetto circense di certi brani: Beethoven sapeva benissimo che parte dell’attrattiva di alcune sue Sonate è la possibilità, seppur remota (ma non così remota), che il performer fallisca sul palcoscenico (basti pensare al salto della mano sinistra all’inizio della sonata Hammerklavier. . .), come un trapezista che può cadere dalla corda. Il palcoscenico reale connette e amplifica le emozioni, lo schermo di un computer disconnette e offusca la reattività emozionale.

Francesca Rossetti

Francesca Rossetti

Francesca Rossetti

Giornalista iscritta all’albo, attiva nel Sociale e per i diritti umani