Il trucco di Molière e Stefano Labbia: i mille volti dell’umanità

Il trucco di Molière e Stefano Labbia: i mille volti dell’umanità

Stefano Labbia è un autore vero, sincero, di come ce ne sono pochi. dice quello che pensa pensa quello che dici ma soprattutto lo scrive. Questo nella sua carriera è stato il suo punto di forza ma anche in un certo qual senso un ostacolo perché non tutti sono in grado di accettare la verità dei fatti. Se c’è qualcosa che accomuna tutti gli scritti del Labbia è proprio questo: l’incredibile e maestosa verità con cui sono conditi. Un’analisi spregiudicata senza peli sulla lingua ma anche satiricamente divertente che inquadra l’umanità intera che critica ma non si applica. Che giudica ma non si attiva per migliorare se stessi e il mondo che li circonda. l’abbia utilizza uno strumento imponente come il domandare. Nei suoi libri non troverete risposte ma solo tantissime domande. Sarete dunque in grado di porle a voi stessi? Accetterete la sfida di migliorarvi e di aumentare la vostra autocritica? Abbiamo avuto il privilegio di incontrare questo autore classe 1984 che dovrebbe essere in ogni nostra libreria, in ogni biblioteca che si rispetti. Indipendentemente dal genere letterario attraverso cui esprime emozioni e sentimenti sinceri.

D: Questa tua nuova raccolta di racconti brevi il trucco di Molière è piena di emozioni. l’ho letta a fatica nel senso buono del termine perché sono stata letteralmente travolta da questi personaggi che sono cugini, parenti, amici, colleghi di lavoro. Non sei ancora nonostante i tuoi traguardi, le tue pubblicazioni, la tua creatività, giunto al grande pubblico. Secondo te perché?

SL: Credo che in qualche modo io sia stato ostacolato nell’arrivare al “grande pubblico”. lo dico senza vittimismo ma con un filo di inquietudine, quello sì. il problema credo che sia culturale e penso anche che sia sotto gli occhi di tutti. Qualcuno lo nega. Qualcuno fa finta di non vedere. Qualcun altro invece si sente colpito in prima persona perché è riuscito ad arrivare sulla cima della montagna senza scalarla: è lì solo grazie allo skylift. Non ho familiarità con nepotismo, favoritismi di sorta. I traguardi che ho tagliato sono figli del mio impegno e li devo a me stesso, ai miei compagni di lavoro e a chi ha creduto in me. Raccogliere i frutti di un albero di cui non si è stato in grado di prendersi cura non ha senso e soprattutto… per quanto ancora quell’albero darà frutti e ci sazierà se non si è in grado di provvedere alla sua salute? Essere dipendenti da chi ti nutre non è mai cosa buona e giusta. Bisogna guadagnarsi ogni cosa, lavorarci su. È questo quello che mi hanno insegnato i miei genitori ed è questo che ho sempre fatto. Le scorciatoie non esistono: bisogna riuscire a far passare questo messaggio. La dipendenza, di qualunque natura si tratti, non porta mai a nulla di buono. Chi si lega ad una dipendenza o ad un rapporto schiavo / padrone, e la storia ce l’ha insegnato, non vive. Sopravvive. L’indipendenza anche se costosa sotto tanti aspetti è l’unico modo per potersi dire liberi. Vivi. Io sono uno scrittore – credo che dopo decine di libri pubblicati e visti i feedback dei lettori che da sempre ricevo, io possa fregiarmi di tale titolo. Mi occupo di vita. Di amore. Di incertezze, di paure, di rabbia. Ma anche di vittorie. Di gioia. Come posso io scrivere di tutto questo senza avere libertà?

D: Questo tuo “Il trucco di Molière” segue due altre raccolte di racconti “Bingo bongo e altre storie” (Il Faggio Edizioni 2019) e “I padre di Kissinger era un bastardo” (Black Robot Publishing 2020). Specialmente per quanto riguarda le raccolte di racconti viene spesso paragonato a Charles Bukowski non tanto per i contenuti ma per il modo in cui li esprimi. Non hai mai replicato sinora a chi vede questo tuo modo di scrivere come “problematico”.

SL: Molti criticano le mie invettive (presenti nei romanzi e nelle raccolte di racconti in particolare NdR) e il mio linguaggio che, comunque, rispetto a vecchi e nuovi media, a mio avviso, in realtà appare più che accettabile. Il linguaggio popolare ha subito una sterzata feroce, perdendo ogni inibizione: mi chiede se questo sia pregio o meno? Ai posteri l’ardua sentenza. Ma per parlare di cose serie e arrivare dritto al cuore delle nuove generazioni ( successive alla mia che ora viaggiano verso l’età adulta) che ha miti diversi, esigenze diverse a livello espressivo e conoscenze diverse, utilizzare un linguaggio dantesco o bucolico purtroppo non sarebbe stato altrettanto incisivo. Sarebbe emozionante poter tornare indietro nel tempo, a livello linguistico. Ma non è possibile. Il mondo è andato avanti. Che noi lo si voglia un meno. partendo da questo concetto attraverso le parole esprimono la rabbia l’incertezza la paura e tutte quelle dinamiche che viviamo in prima persona nerosubianco punto nel linguaggio potrà essere anche per certi versi forte ma cerco sempre di restare aderente ai concetti che voglio esprimere punto linguaggio si adegua insomma alla narrazione. Sono contenuti per adulti, ovviamente, come ho detto. Non voglio fare polemica ma, ad ogni modo, chiedo a queste persone (a chi critica aspramente il suo usus scribendi Ndr) se di recente hanno avuto modo di confrontarsi con la rete, ad esempio. Queste persone dovrebbero, secondo me, rivolgere le loro attenzioni e concentrare i loro sforzi per rimettere ordine sui social e sulle piattaforme di condivisione in genere, mezzi per eccellenza attraverso i quali giovani e meno giovani oramai si formano e conoscono ogni aspetto della vita, letterario e non. In particolare per quanto riguarda le nuove generazioni – per lei che forse è troppo tardi – che utilizzano i due prodotti di cui sopra non come strumento di ricerca ma bensì come una sorta di paracadute emotivo. Paracadute che però, spesso e volentieri, presenta dei fori e si rivela inutile e dannoso. Internet non è un manuale. Non è la Bibbia. Non bisogna prendere per oro colato tutto quello che senza filtro passa per la rete. Chi non ha i mezzi per giudicare perché ingenuo o semplicemente giovane rischia di perseguire i messaggi errati che vengono lì passati per corretti. Ecco… siamo arrivati dunque al climax: sto per rivelare il segreto di Pulcinella. Il mondo è questo: dovrebbero temere, più che i libri, internet.

D: Vuoi dire insomma che non hanno un obiettivo formativo ma un obiettivo di indagine di confronto con se stessi e con gli altri?

SL: Credo sia proprio questo il punto punto non ho intenti formativi punto non è questo che si cela dietro ai miei libri non è questo il mio scopo punto Il mio scopo è quello di portare il lettore a confrontarsi con se stesso a farsi delle domande a chiedersi perché accade questo o quello punto perché ho vissuto questa o quella situazione. E soprattutto portarlo a ragionare su cosa accade se si sceglie di perseguire questa o quella strada. non voglio essere “banale” ma alla fine dei conti la storia dell’essere umano ci ha insegnato che è un ciclo che si ripete predefinito: guerra, pace, rinascimento, stasi, crollo (emotivo ed economico). Possono cambiare i linguaggi ma non la struttura dell’umanità. Le esigenze, i desideri, la follia. E allora seguendo questo pensiero, analizzando ieri, si potrebbe benissimo prevedere il domani.

D: Una delle tematiche che spesso ricorre non solo nei racconti brevi che firmi come autore ma anche nella maggior parte dei tuoi scritti è la vendetta.

SL: Ho molta fiducia nelle mie scelte. Perché quando le scelte sono corrette sono quelle stesse arma per una silente vendetta. In sostanza il tempo è la miglior vendetta che si possa consumare. Detto ciò continuo a pensare che comunque non porti nulla di buono né per chi la perpetra, né per chi la subisce: ambedue le parti infatti hanno perso qualcosa e la vendetta non fa che aumentare il dolore di entrambi. Così come non restituisce pace a chi si è macchiato di crimine o cancella il torto subito.

D: I protagonisti del i tuoi scritti non sono sempre dei vincenti. Spesso e volentieri sono degli uomini piccoli di cuore e di mentalità che cercano l’agognato successo. Siamo davverocosì tanto ossessionati da voler dimostrare a noi stessi e agli altri costantemente quanto valiamo?

SL: Io credo che fondamentalmente siamo delle persone insicure. Anche chi sembra ignorare il giudizio degli altri. Anzi… sono proprio questi soggetti forse i più insicuri di tutti. Viviamo costantemente in attesa dell’approvazione altrui. I social network sono delle vetrine che utilizziamo per mostrarci e per mostrare ciò che sappiamo fare al mondo. perché lo facciamo?   il semplice fatto che vogliamo quei like, vogliamo essere seguiti, vogliamo essere notati, amati  Anche criticati in un certo qual senso – bene o male l’importante è che se ne parli diceva Wilde. È una piazza in cui ci esponiamo. Con le nostre maschere. dunque sì. Siamo tutti animali da palcoscenico o almeno ci piace pensarlo. I quindici minuti di celebrità sono diventati un’eternità ormai. Il problema però è che come diceva Gianfranco Funari, il successo è alcolico e non va dato ai bambini. Perché potrebbero ammalarsi o stare male. Inseguire il successo e la fama ad ogni costo è il modo migliore credo per non raggiungerlo mai. produrre qualità, essere un valore aggiunto per la società, fare del bene credo che ti dia molto di più rispetto allo stare sulla copertina di un magazine. Ma ovviamente è questione di punti di vista.

D: è un mondo duro è incoerente quello che trasuda dai tuoi scritti, un mondo in cui viviamo affiancati dai tuoi personaggi che dovrebbero essere bidimensionali. Ma che in realtà scopriamo presto essere tridimensionali. Bugie, falsità, ipocrisia. Sono tanti i peccati che portiamo sulle spalle. E come sassolini nelle scarpe, bugia dopo bugia, menzogna dopo menzogna, falsità dopo falsità ci troviamo Fermi immobili con le calzature piene di sassi. ti chiedo dunque pesa più dire una bugia o dir la verità? ma soprattutto conviene dire la verità in un mondo in cui la menzogna la fa da padrone?

SL: Il problema è che dato che tutti mentono, chi compiono “gesto rivoluzionario” e dice la verità non viene quasi mai creduto. Questa è l’epoca non dell’essere o dell’avere ma del mostrare. Che sia verità o bugia non importa l’importante è mostrare. non sono a mio agio sinceramente con questo modus vivendi. Ma non lo giudico. L’ipocrisia e la falsità non sono certo status del nuovo millennio…

D: C’è chi di credi canti per la tua visione del mondo femminile lontano alle luce da tutti quegli stereotipi a cui ci hanno abituati, letteratura compresa.

SL: Vorrei poter dire che è giusto così e che fa parte del gioco (si preferisce alle critiche che subisce NdR) ma questo tipo di critica invece non la accetto. Siamo nel 2021 ed è impensabile (semmai lo sia stato!) che il ruolo della donna sia lo stesso che veniva accettato e perseguito da tutti negli anni 20, ad esempio. Le donne sono forti, sono fragili, hanno dentro di loro un miliardo di emozioni, sensazioni. le donne muovono il mondo è questa la realtà. Il mondo maschilista che sembra ancora non sia pronto per accettarlo e per sottoscriverlo. Piccoli grandi passi avanti sono stati fatti negli ultimi anni ma l’umanità è molto lontana dal raggiungere conquiste importanti. Le mie donne sono forti, ma anche fragili. Sono combattive e lottano per la propria vita, per i propri desideri. Per le proprie esigenze. Esattamente come accade nella realtà. Quella realtà che non vogliamo vedere.

Scheda del libro:

Autore: Stefano Labbia

Titolo: Il trucco di Molière

Editore: Black Robot Publishing

Lingua: italiano / inglese

Pagine: 126 pagine

ISBN: 979-8714655739

Trama: Racconti lunatici. Convulsi. Veri. Con personaggi finti. Immaginari. Ma che la vita la conoscono bene – o che almeno credono di conoscerla! Idiosincrasie, dubbi, domande senza risposta, risposte senza domande. E ancora: vento, tuoni, fulmini, miseria, nobiltà, ricchezza (d’animo e fatta di moneta sonante), pazienza, furia, yin, yang. Controsensi, doppi sensi, sensi unici. Case distrutte, case ricostruite sulle macerie senza neanche chiamare i bulldozer. Come a voler dire: «Ti prego! Crolla di nuovo!». E… morti assurde, genio e sregolatezza, vigliaccheria ed onestà. Gente che perde tempo, gente che non ha tempo, gente che compra il tempo, gente che gioca con la sua vita e con quella degli altri. Vi basta come sunto de “Il trucco di Moliére”?

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Emanuela Manfredi