MICHELANGELO IOSSA E IL MONDO DELLA MUSICA

MICHELANGELO IOSSA E IL MONDO DELLA MUSICA

Oggi parliamo di musica e comunicazione con un grandissimo esperto, Michelangelo Iossa, autore di numerosi libri e volto noto grazie alle sue frequenti partecipazioni radiofoniche.

Chi è Michelangelo Iossa e come nasce la tua passione per la storia della musica rock e pop?

Sono un giornalista e scrittore che vive e lavora a Napoli da sempre. Di famiglia napoletana, ma nato a L’Aquila nel 1974, ho nelle mie vene sangue argentino (la mia bisnonna paterna, Maria, era sudamericana), milanese (mio nonno Franco Farina era meneghino e la sua famiglia era molto vicina ai Manzoni), lucana (altre ascendenze paterne sono connesse a Francavilla sul Sinni) e vesuviana (la mia nonna Filomena, per tutti ‘Filina’, era di Torre Annunziata e aveva come compagni di banco lo scrittore Michele Prisco e il futuro producer hollywoodiano Dino de Laurentiis!). Insomma, un sano cocktail di ascendenze e di suggestioni familiari: personalmente sono fiero di essere un europeo mediterraneo e, soprattutto, profondamente italiano. Forse il mio nome – Michelangelo, simbolo dell’italianità nel mondo – e forse la data di nascita, 2 giugno, hanno segnato un destino tricolore!

La musica è uno degli ingredienti-chiave della mia formazione culturale, direi umana. Da bambino si ascoltava moltissima musica in casa, da Nat King Cole a Sergio Mendes, passando per la Nuova Compagnia di Canto Popolare, Wilson Pickett, Lauzi, i Queen, Bach, Gershwin, Rino Gaetano, Baglioni e Duke Ellington.

Il primo artista che ricordo distintamente in TV è un formidabile Mimmo Modugno che canta “Lu Pisci Spada”, una rivelazione assoluta! Ero rapito da Modugno e lo sono ancora. E poi il Rino Gaetano con cilindro e ukulele che canta “Gianna”, i Police in “Walking on the moon”, le sigle dei cartoon giapponesi e le canzoni della tradizione napoletana che avvolgevano la mia città: insomma, un’invitante mescolanza di suggestioni sonore. Poi, a sei anni, il primo disco dei Beatles in regalo, “The Beatles Ballads”: da quel momento gli ascolti sono cambiati, il meteorite-Beatles si era ufficialmente abbattuto nella mia vita di ascoltatore!

Ho avuto la fortuna di condividere, sin da piccolo e poi nel corso degli anni, il mio percorso di formazione musicale con mia cugina Tiziana e con i miei amici Marcello, Roberto, Rosario, Andrea, Ciro, Carmine e Christian, solo per citarne alcuni. Una grande fortuna: una sorta di ‘famiglia musicale’ allargata, un solido laboratorio di scambio di idee, di ascolti, di riflessioni.

Tu sei autore di libri bellissimi dedicati a Michael Jackson, ai Beatles, a Pino Daniele, a Peppino di Capri e alla bellissima città di Napoli della quale sei originario: cosa accomuna questi grandi artisti e cosa unisce quelli stranieri a Napoli?

Ho avuto la fortuna di raccontare miti globali, amati e spesso idolatrati in differenti latitudini e appartenenti al DNA di mezzo mondo. Sono legati tra loro dall’elemento ‘sonoro’, musicale. Nietzsche affermava che “la vita senza la musica sarebbe un errore” e personalmente sottoscrivo questa riflessione. Jackson, i Fab Four e Pino sono intimamente collegati alla loro musica, sono ‘fatti’ della loro stessa musica.

Per ciò che riguarda Napoli – e qui parlo da cittadino napoletano e da figlio di Partenope – devo ammettere che, citando un popolare spot, “ci piace vincere facile!”: non esiste al mondo un luogo che abbia una tradizione musicale legata alla forma-canzone così ampia, una produzione di canzoni che affonda le sue radici a oltre 800 anni fa, come rilevava già Boccaccio nei suoi scritti. Credo che sia inevitabile: Napoli nasce sulle spoglie di Partenope, una sirena che ammaliava i naviganti con il suo canto. Quindi, Napoli è una canzone, è musica!

Il ruolo della musica napoletana nel panorama internazionale

Mi ricollego alla risposta precedente: il contributo offerto dalla Canzone Napoletana alla storia della musica popolare mondiale è colossale, profondo e indiscutibile. La Canzone Italiana, ad esempio, semplicemente non esisterebbe se non ci fosse stata la Canzone Napoletana. Una prova è lampante: E. A. Mario, l’autore della più italiana delle canzoni – “La Leggenda del Piave” – era napoletano e aveva firmato anche la “Tammurriata Nera”!

Citando in ordine sparso, vengono in mente miti e leggende del calibro di Donizetti, Di Giacomo e Viviani, Totò e Modugno, Mozart e De Simone, Pino Daniele, Teresa De Sio, i fratelli Bennato, la Nuova Compagnia di Canto Popolare, Enzo Avitabile, James Senese, gli Showmen e i Napoli Centrale, le correnti del ‘neapolitan power’ e della Vesuwave, i neomelodici, la sceneggiata, Salvator Rosa e Massimo Troisi, le Feste di Piedigrotta e il Festival di Napoli, Murolo, Bruni, Carosone, Taranto e le ‘macchiette’, D’Alessio, Maldacea, Arbore, Merola, la Sastri, Elvis Presley, Nino D’Angelo, De Piscopo, gli Avion Travel, il trip hop napoletano, i 99 Posse, Peppino di Capri, Sannino, De Crescenzo, Fierro e Rondinella, Mario e Sal Da Vinci, gli Almamegretta, Finizio, i rapper e i trapper, Clementino e Rocco Hunt. Tutto si incontra lungo le strade di Napoli, ogni elemento si fonde per creare nuova musica, aggiungendo sempre sentieri inediti ad una via maestra lunghissima, estesa, larga e, spesso, ingombrante.

Gli ultimi giorni di John Lennon: cosa successe prima della sua morte così tragica e che ha sconvolto l’opinione pubblica?

John Lennon si ritirò dalle scene nel 1975 per fare ‘il mammo’, salvo poi ripresentarsi nel 1980, ad un passo dal suo quarantesimo compleanno, con il bell’album “Double Fantasy”. Fu un rientro in grande stile, una nuova porta che si apriva nella straordinaria carriera del musicista di Liverpool.

È incredibile pensare che una delle ultime canzoni registrate, in quel primo scorcio di dicembre, fu “Dear John”, una sorta di lettera a se stesso: “Caro John, non essere duro con te stesso / Concediti una pausa / La vita non è stata concepita per essere vissuta di corsa / Ora la corsa è terminata / E tu hai vinto”. È davvero surreale leggere oggi, a poco più di quarant’anni dalla scomparsa del musicista di Liverpool, il verso “Ora la corsa è terminata”, sapendo che è stato scritto poche ore prima di quel lunedì 8 dicembre 1980. Un folle – Mark David Chapman – lo avrebbe ucciso con 5 proiettili nella notte newyorkese.

Hai avuto l’onore di intervistare sia suo figlio Sean che sua moglie Yoko Ono: cosa è emerso di non conosciuto della personalità di John, soprattutto durante la carriera solista e del suo rapporto con gli altri 3 membri?

Ho avuto il privilegio e la fortuna di intervistare Sean ben tre volte, nel 2007 a Catania, nel 2009 a Venezia e qualche tempo dopo al telefono (tra Napoli e New York!). Nel 2009 incontrai e intervistai anche Yoko Ono a Venezia, in occasione della consegna del Leone d’Oro alla Carriera da parte dell’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

John è una figura pervasiva, intimamente connessa a Yoko e Sean: lo amano, ne rispettano l’integrità artistica e, devo aggiungere, hanno curato sempre con attenzione la sua eredità discografica, senza lasciare mai nulla al caso.

Nella nostra due-giorni catanese del 2007, Sean mi disse, ad un certo punto, “Se mio padre avesse detto ai fan ‘mettete una bomba davanti alla Casa Bianca’, il giorno dopo almeno due o tremila persone l’avrebbero fatto. Non è mai accaduto: papà era un personaggio amato e molto scomodo. Non mi sorprende che FBI e CIA fossero costantemente sui suoi passi”.

Il mosaico napoletano dedicato a John Lennon che si trova a New York…

Con la Statua della Libertà, l’Empire State Building, il ponte di Brooklyn e il memoriale di Ground Zero è uno dei cinque luoghi di New York più fotografati dai turisti: il mosaico di Central Park dedicato a John Lennon è uno dei simboli della Grande Mela e del culto per l’ex-Beatle.

Dopo la morte di John, l’amministrazione comunale di New York ha dedicato a John Lennon un’area del Central Park. Nell’estate del 1981 Yoko Ono aveva inviato una lettera alle istituzioni e agli opinion leader statunitensi chiedendo di sostenere la sua iniziativa di dedicare al marito un’oasi naturalistica del parco: “È il luogo in cui io e John passeggiammo per l’ultima volta insieme. – scrisse la Ono nella sua lettera – Sarà conosciuta con il nome di Strawberry Fields”.

Nell’aprile 1982 il sindaco di New York Edward I. Koch approvò la richiesta avanzata dalla Ono e si decise che un’area del Central Park sarebbe stata battezzata “Strawberry Fields”, dal nome del luogo di Liverpool più amato da Lennon e immortalato nella canzone del 1967 “Strawberry Fields Forever” dei Beatles.

Il 9 ottobre 1985, nel giorno in cui Lennon avrebbe compiuto 45 anni, fu inaugurata l’area “Strawberry Fields”, considerata dai cittadini newyorkesi un Giardino della Pace. L’area è caratterizzata dalla presenza del celebre mosaico circolare “Imagine”, realizzato dal mosaicista Antonio Cassio con il contributo del fratello Fabrizio e donato dalla città di Napoli al consiglio comunale di New York nei primi anni Ottanta, nel periodo conclusivo dell’amministrazione partenopea guidata dal sindaco-artista Maurizio Valenzi. L’opera, amatissima da Yoko Ono, rievoca un mosaico pompeiano raffigurante un grande Sole, conservato nelle sale del MANN, il Museo Archeologico di Napoli.

Nel corso degli anni, soltanto poche testate campane hanno ricordato che quel mosaico, fotografato dai turisti di tutto il mondo, è stato donato dalla città di Napoli. Nessuna targa ne ricorda la provenienza e soltanto un breve lancio di agenzia della Associated Press, alcuni anni fa, rievocava quel “neapolitan mosaic” dedicato a John Lennon.

Paul McCartney e Michael Jackson

È una strana storia, fatta di incontri e allontanamenti, di ammirazione reciproca e affari.

Dopo un’ampia e lunga preparazione musicale e personale, i Jackson Five conquistarono trionfalmente le classifiche americane nel 1969, piazzando – primi nella storia della pop music – i loro quattro singoli d’esordio consecutivamente al numero uno della Billboard Hot 100, chart ambitissima da ogni musicista del pianeta.

L’inizio fu fulminante: pubblicato poco prima del Natale del 1969, il primo album del quintetto venne abilmente intitolato “Diana Ross Presents the Jacksons 5” ed ebbe come Cavallo di Troia ideale il singolo “I Want You Back”, una delle canzoni di maggior successo dell’intera epopea della Motown Records.

Da “Zip-A-Dee-Doo-Dah” a “Born To Love You”, passando per “My Cherie Amour” di Stevie Wonder o “Who’s Lovin’ You” di Smokey Robinson, il 33 giri strizzava l’occhio alla più furba produzione di casa Motown. Il disco tolse a “Abbey Road” dei Beatles lo scettro del primo posto nella classifica americana, mentre i Led Zeppelin spodestarono i Fab Four in Inghilterra. Era il segno dei tempi: stavano per ‘schiudersi’ gli anni Settanta.

Da allora Paul McCartney, decisamente il più curioso sperimentatore tra gli ex-Beatles, ha osservato con grande attenzione la carriera di Jackson, fino a firmare “Girlfriend” per l’album “Off the Wall”. Da quel momento, un’amicizia fatta di musica e talento ha avuto inizio: “Say Say Say”, “The Man”, “The Girl is Mine” sono i tasselli di questo mosaico musicale del duo “Mac & Jack”, come amavano autodefinirsi i due musicisti. Una liaison che ebbe una evidente battuta d’arresto dopo che Michael Jackson si impossessò dei diritti editoriali del catalogo Northern Songs, che tutelava le composizioni beatlesiane firmate da John Lennon e Paul McCartney.

L’allontanamento fra i due fu inevitabile: lo showbusiness ha preso il sopravvento. Quando Jackson morì, Sir Paul affermò “Mi sento privilegiato ad aver frequentato Michael e lavorato con lui. La sua musica sarà ricordata per sempre”.

Nell’agosto del 1977, quando morì Elvis Presley, i critici musicali, i musicisti, i media e i fan di ogni angolo del pianeta si interrogarono sulle sorti della sua eredità artistica, iconica e musicale e sul nome di un ideale depositario della corona di ‘re del rock’.

Pochi anni prima, nel 1970, legioni di fan di ogni latitudine piansero lo scioglimento dei Beatles. E anche lì, puntualmente, i media e l’universo del pop-rock iniziarono ad elencare possibili eredi artistici della band di maggior successo della storia della musica.

Naturalmente questo gioco collettivo non poteva risparmiare Michael Jackson: da quel 25 giugno 2009 ad oggi, non c’è momento in cui i media non si interroghino sulle possibilità di individuare un erede-simbolo del Re del Pop. Una ricerca senza fine, spesso sospinta dalle pressioni dei giornalisti o dalle vivaci motivazioni dei fan sulle piattaforme-social. Chi ha agguantato lo scettro del re del pop. Nessuno, naturalmente.

L’eredità di Michael Jackson, di Elvis Presley o dei Beatles – per citare i più vistosi fenomeni della contemporaneità in tal senso – si cela nelle carriere di decine, centinaia di artisti di ogni angolo del globo che hanno raccolto la polvere magica cosparsa negli anni da queste icone del pop-rock.

I Fab Four nel cinema

Quello tra i Beatles e il cinema è un rapporto lungo, saldo e complesso. I Fab Four sono stati protagonisti di una pentalogia cinematografica divenuta simbolica, inaugurata con “A Hard Day’s Night”: la popolarità dei Beatles, nel primo scorcio del 1964, era davvero alle stelle e la proposta di realizzare un film che avesse i quattro musicisti (e, naturalmente, le loro canzoni) come principali protagonisti rappresentò per l’industria cinematografia, per la EMI e per gli stessi Beatles un’occasione da non perdere.

La proposta avanzata dalla United Artists nel 1963 si concretizzò nella realizzazione del lungometraggio A Hard Day’s Night, nelle sue prime fasi battezzato Beatlemania fino alla nascita del definitivo titolo e dell’omonimo brano.

Il mondo della celluloide non avrebbe tardato ad attingere alle risorse musicali e istrioniche del quartetto. Il lungometraggio A Hard Day’s Night (in Italia Tutti Per Uno), diretto dal giovane cineasta Richard Lester, rappresentò lo starting point della carriera cinematografica dei Beatles: lontano dai canoni degli italici “musicarelli” o dalle melense interpretazioni hollywoodiane di Elvis Presley, il film di Lester si basava su una sceneggiatura molto accattivante firmata dal romanziere Alun Owen, autore che ben interpretava quello spirito che era proprio dei Beatles e che trasformerà i quattro nei “fratelli Marx del rock’n’roll”.

Girata in un poetico bianco/nero d’essai, il film di Lester costò pochissimo e divenne rapidamente il fenomeno musical-cinematografico dell’anno, dando avvio ad una pentalogia cinematografica che, sino al 1970, accompagnerà la carriera musicale dei Fab Four. Il film contribuì a delineare alcuni stereotipi legati ai singoli componenti della band che i quattro riuscirono a scrollarsi soltanto nel corso degli anni e con non poche difficoltà: al John cinico e sferzante fa da contraltare un Paul diplomatico e fascinoso, al bel tenebroso e taciturno George si affianca il “jolly” Ringo. Quest’ultimo, inoltre, conquista l’affetto del pubblico e della critica, diventando l’effettivo “nucleo” narrativo di quasi tutti gli altri film della cinematografia beatlesiana.

Realizzato su pellicola a colori e con un budget più ampio, il secondo film della band faceva il verso al più importante fenomeno cinematografico “made in UK” degli anni Sessanta, la saga dell’agente segreto britannico 007/James Bond, nato dalla penna dello scrittore Ian Fleming.

Le esotiche location dei film interpretati dall’affascinante Sean Connery, l’abile regia di Terence Young e Guy Hamilton, i gadgets futuristici apparsi in Goldfinger, Dalla Russia Con Amore e Licenza di Uccidere furono l’elemento-base da cui prese il via la parodia proposta dai Beatles e dal fido Richard Lester, arricchita dalle canzoni del quartetto, dallo humour nord-inglese del cast e da surreali siparietti comici infilati a sorpresa nel film.

Sebbene fosse meno convincente del suo predecessore, il film Help! sbancò i botteghini di mezzo mondo, catapultando l’omonimo album in vetta alle classifiche internazionali e offrendo una enorme visibilità alle canzoni in esso contenute.

Nel 1967, con la morte del manager Brian Epstein, la guida della band venne a ricadere nelle mani degli stessi Beatles, che intrapresero un altro progetto televisivo/musicale piuttosto articolato. Magical Mystery Tour fu il titolo del mediometraggio a colori destinato ad essere trasmesso durante le feste natalizie dall’emittente britannica BBC. Sebbene il film, scritto, diretto e interpretato dai Fab Four, si trasformò nel primo insuccesso di critica e di pubblico registrato dalla band, la colonna sonora del film (pubblicata su doppio extended-play con libro a colori allegato) divenne uno degli album più venduti dell’anno confermando l’indubbio talento compositivo dei quattro: le canzoni Magical Mystery Tour, The Fool On The Hill, I Am The Walrus sono ancor oggi annoverate tra le migliori produzioni discografiche del quartetto di Liverpool.

La produzione beatlesiana dell’anno successivo diede vita ad alcuni brani destinati a far parte della colonna sonora di un film a cartoni animati prodotto dalla King Features  e dalla Apple Films e diretto da George Dunning. Yellow Submarine (Il Sottomarino Giallo) prese il titolo da una spumeggiante canzone di Lennon/McCartney apparsa sul 33 giri Revolver del 1966 e divenne immediatamente un cult-movie d’animazione, impreziosito dai disegni dell’artista Heinz Edelmann, dallo screenplay di Lee Minoff ed Erich Segal (autore noto per il suo Love Story) e dalla co-produzione di Al Brodax, già artefice di una divertente serie a cartoni animati incentrata sulle vicende dei Fab Four e apparsa sulla tv americana negli anni della “Beatlemania”.

Il 1969 si inaugurò in un clima di profonda confusione, accentuato dalla instabile proposta avanzata da Paul McCartney di portare nuovamente in scena il quartetto in versione live. Il progetto del bassista, intitolato emblematicamente Get Back (Ritorno…alle origini) si basava sulla possibilità di rieseguire quei brani che erano stati al centro della formazione musicale del gruppo e riportarli nuovamente all’attenzione del pubblico in uno show televisivo registrato a Londra.

Get Back portò alla registrazione di tantissimo materiale-video, “catturato” dal regista Michael Lindsay-Hogg e dal suo staff durante ore e ore di prove nei Twickenham Studios della capitale britannica: il progetto culminò in un concerto a sorpresa tenutosi il 30 gennaio 1969 sul tetto della sede della Apple – nell’elegante strada londinese Savile Row – e cambiò nome trasformandosi in Let It Be. Il “rooftop concert” del 1969 fu l’ultima occasione in cui i Beatles suonarono insieme in un concerto pubblico.

L’album e il film-documentario che nacquero da questa esperienza videro la luce oltre quindici mesi più tardi e accompagnarono lo scioglimento ufficiale della band, avvenuto nell’aprile 1970.

Quali sono i luoghi napoletani più importanti citati nelle canzoni di Pino Daniele e di Peppino di Capri, mostri sacri della canzone partenopea?

Beh, sono decine. Pino cita spesso e volentieri differenti luoghi della città, da via Santa Teresa al porto di Napoli, passando per il Vomero e il quartiere Stella. Alla sua vita sono poi legati i cardini e i decumani della struttura greca originaria della città, ma anche l’Isolotto di Megaride e il Castel dell’Ovo, Piazza del Plebiscito, Piazza Santa Maria La Nova e via Medina.

Lo sguardo di Peppino di Capri è di altra natura, più contemplativo, ha una visione più ‘apollinea’ dei luoghi della Campania: dal Golfo di Napoli alla Luna Caprese, la musica di Peppino è densa di riferimenti riconducibili alla tradizione ‘classica’ partenopea.

Il giro del mondo in 40 Napoli

Nell’estate del 2017, le pagine del “Corriere del Mezzogiorno” – storico ‘dorso’ del “Corriere della Sera” di cui sono contributor da alcuni anni – hanno ospitato un mio reportage strutturato come un ideale giro del mondo in differenti tappe, tutte rigorosamente “napoletane”. Da quel reportage è nato, nel 2019, un volume, intitolato  “Il Giro del Mondo in 40 Napoli”: il libro intende accompagnare il lettore in un lungo viaggio attraverso i continenti, che si apre con la Napoli dello Stato di New York e che, inevitabilmente, si conclude con la più celebre delle Napoli del mondo. Unità di misura dell’intero percorso, il capoluogo partenopeo condivide la sua sorte con trentanove ‘cugine’ attraversate nelle pagine del mio libro-viaggio.

Napoli è una e multipla: non solo sfogliatelle e mandolini ma anche rodeo texano, ouzo ateniese, carnevale brasiliano, malvasia greco-veneziana, testimonianze dei nativi americani, prelibatezze siciliane e pugliesi, villaggi africani e smart city cipriote.

Tutto si nasconde e si svela nel nome di Napoli, ad ogni latitudine.

Naples, Neapolis, Nabeul, Napoli, Nauplia, Neopolis o Neapoli sono i nomi delle quaranta Napoli scelte per questo itinerario, che a breve si trasformerà anche in una mostra espositiva.

007 Operazione Suono e l’amicizia con Monty Norman

Il mio ultimo libro, “007 Operazione Suono”, racconta il mito-Bond in un viaggio nella storia delle colonne sonore e delle canzoni originali tratte dai film dedicati alla spia britannica nata dalla penna di Ian Fleming. È un libro a cui ho lavorato moltissimi anni: la ricognizione del materiale è iniziata ufficialmente circa 25 anni fa e la sua stesura ha occupato l’ultimo biennio. Un lavoro a cui sono molto legato e che è un ideale punto di incontro tra cinema e musica.

Allo stato attuale, è la più ampia e aggiornata guida sulle colonne sonore dei film di 007 e abbraccia i 25 film ufficiali della saga cinematografica di Bond e i tre capitoli non ufficiali dedicati a 007 ovvero i due “Casino Royale” (quello televisivo del 1954 e il film-parodia del 1967) e “Mai dire Mai” del 1983.

Da Shirley Bassey a Billie Eilish, da Sir Paul McCartney ad Adele, passando per Tina Turner, Sam Smith, i Duran Duran, Louis Armstrong, Madonna, Tom Jones e molti altri, “007 Operazione Suono” racconta le canzoni che hanno accompagnato le imprese di Bond, ma anche i temi orchestrali della saga, dallo strumentale “James Bond Theme” di Monty Norman alla colonna sonora di “No Time To Die” del Premio Oscar Hans Zimmer.

Un lungo percorso in musica che ha accompagnato le gesta di Sean Connery, George Lazenby, Roger Moore, Timothy Dalton, Pierce Brosnan e Daniel Craig.

Il libro è dedicato alla memoria di Sir Sean Connery, primo interprete cinematografico dell’agente segreto inglese, scomparso recentemente, ed è impreziosito dalla prefazione del leggendario Monty Norman, pluripremiato compositore britannico e creatore del “James Bond Theme”, tema orchestrale divenuto ‘firma’ delle imprese di 007, da “Licenza di Uccidere” del 1962 a “No Time to Die” del 2021. Quella con Norman è un’amicizia incredibile, forse il più inatteso regalo di questo mio libro: nel 2019 gli scrissi per chiedergli una testimonianza personale, una sorta di intervista. Non mi sarei mai aspettato che questo compositore ultranovantenne avrebbe firmato la prefazione del libro! Da allora siamo in costante contatto epistolare; ogni settimana ci scriviamo.

Cosa sono POP Life e Michelangelo Comunicazione?

Pop Life è una sorta di laboratorio accademico e culturale, un luogo di incontro tra differenti Atenei universitari della Campania e differenti docenti di questi Atenei. Faccio parte di questo gruppo di lavoro dal 2018 e insieme ad altri colleghi ho preso parte agli incontri di Pop Life, interamente dedicati ai linguaggi della pop-culture, ambito del quale mi sono occupato molto spesso nell’arco degli ultimi venti anni. Dal 1999, infatti, sono docente dell’Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa” di Napoli, sia con i miei due insegnamenti presso la il Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione sia con il mio Laboratorio di Musicologia.

“Michelangelo Comunicazione” è il nome della mia agenzia di comunicazione: una press-agency nata nel 2013, ma attiva sin da qualche anno prima: questa agenzia è nata immediatamente dopo la conclusione dell’attività professionale di “MFL Comunicazione”, l’ufficio stampa fondato nel 1999 da Francesca Capriati, Lucia Nicodemo e me. Un bel laboratorio professionale e creativo che ha forgiato i nostri rispettivi percorsi lavorativi.

C’era una volta a Torre Annunziata la pasta italiana più buona del mondo…

…e c’è anche un pezzetto di cuore in più in questa vicenda: mia nonna Filomena (per tutti era ‘Filina’) era, come anticipavo in questa intervista, figlia di una grande famiglia di industriali di Torre Annunziata. Ho raccontato quel polo produttivo fiorito a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento in un mio recente reportage apparso sulle pagine di uno Speciale del Corriere della Sera – Corriere del Mezzogiorno.

In questo 2021 si celebra anche il ventennale di “Francesca e Nunziata”, film per la tv che venne presentato nel 2001 al festival del cinema di Montréal. Diretta da Lina Wertmuller, la pellicola venne trasmessa l’anno seguente in Italia e in molti Paesi del mondo. Nel 1995, Avagliano Editore aveva pubblicato l’omonimo romanzo di Maria Orsini Natale, scrittrice, giornalista e poetessa di Torre Annunziata. Finalista al Premio Strega, quel libro si trasformò in uno dei titoli italiani più letti e tradotti degli anni Novanta.

Esattamente 140 anni fa, nel 1881, il quarantenne Domenico Orsini inaugurò il primo mulino a vapore di Torre Annunziata. La pronipote Maria imprigionò quella vicenda e i suoi protagonisti nelle pagine di “Francesca e Nunziata”. La città vesuviana era epicentro mediterraneo della cosiddetta “arte bianca”, quella speciale quality territoriale nel produrre le paste più buone del mondo.

Quello torrese fu un polo industriale di primissimo piano, mortificato da crisi economiche, aziendali o familiari, ma soprattutto dall’invasione dei tedeschi, che utilizzarono diversi pastifici come depositi di armi e avamposti sul territorio vesuviano durante il secondo conflitto mondiale.

Etica dell’impresa, ricerca industriale e cultura generarono un’ideale sintesi che può far riflettere sulle strategie di marketing territoriale della contemporaneità.

I prossimi artisti che vedranno la luce nelle tue opere.

In queste settimane sto terminando il mio nuovo libro, un volume monografico dedicato a Rino Gaetano, che vedrà la luce in primavera, a ridosso del quarantesimo anniversario della scomparsa del cantautore di Crotone: non posso rivelare altro, naturalmente, ma poco importa perché tanto “il cielo è sempre più blu”!

Francesca Rossetti

Francesca Rossetti

Giornalista iscritta all’albo, attiva nel Sociale e per i diritti umani