IL GIORNO DELLA MEMORIA CON LA STRAORDINARIA TESTIMONIANZA DI INES FIGINI

IL GIORNO DELLA MEMORIA CON LA STRAORDINARIA TESTIMONIANZA DI INES FIGINI

Il 27 gennaio ricorre in tutto il mondo la Giornata della Memoria sull’Olocausto che ha visto lo sterminio di milioni di Ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale: ne parliamo con  gli autori del libro su una testimone d’eccezione, Ines Figini.

Chi sono Giovanna Caldara e Mauro Colombo e come nasce l’idea di un libro legato al Giorno della Memoria?

Siamo entrambi giornalisti, non siamo storici e non siamo specificamente esperti del fenomeno delle deportazioni durante la seconda guerra mondiale. Abbiamo conosciuto Ines Figini in occasione di uno dei suoi incontri pubblici nelle scuole, ci ha colpito soprattutto l’aspetto umano della sua vicenda e abbiamo deciso che la sua testimonianza – fino ad allora mai riportata in un libro – non dovesse andare perduta.

Chi è Ines Figini e quale è stata la sua storia?

Classe 1922, era una giovane comasca che divideva le sue giornate tra la famiglia, il lavoro, lo sport e altre passioni. Non era ebrea, partigiana o antifascista. Quando aveva meno di 22 anni, nel marzo 1944, si schierò a favore di alcuni compagni di lavoro durante uno sciopero nello stabilimento in cui lavorava, la Tintoria Comense di Como. Come loro, fu deportata nei lager di Mauthausen (per una settimana), Auschwitz-Birkenau (otto mesi) e Ravensbrück (cinque mesi). Dopo il trasferimento in altri campi minori e la liberazione da parte dei Russi, contrasse il tifo e trascorse alcuni mesi ricoverata in un ospedale militare russo a Prenzlau. Riuscì a tornare a Como nell’ottobre del 1945.

Quali sono i messaggi più importanti che la sua testimonianza comunica, soprattutto ai giovani di oggi?

Ines, come molti sopravvissuti alla deportazione, non ha parlato della sua vicenda per mezzo secolo. Ha cominciato a farlo negli anni Novanta e ha iniziato proprio dalle scuole, perché aveva capito che i giovani dovevano essere i primi destinatari di una storia in cui si parla di coraggio, solidarietà, giustizia, amore per la libertà e per il proprio Paese. E soprattutto aveva capito che la memoria, per essere custodita e protetta, doveva essere trasmessa.

Ines torna ogni anno al lager dove è stata deportata: cosa ci insegna il suo grande coraggio?

Ines è tornata ad Auschwitz ogni anno dal 1968 fino a che ha potuto, pochi anni prima di morire (è scomparsa nel settembre del 2020). È un’esperienza non comune a molti reduci. Lei l’ha affrontata perché decise di tornare da persona libera in quel luogo dell’orrore in cui era stata prigioniera. E questo ritorno, anno dopo anno, le ha permesso di affrontare un lungo processo di rielaborazione interiore che le ha dato la forza di perdonare e di cominciare a raccontare la sua storia.

Infatti, nonostante tutto, Ines ha perdonato i suoi carcerieri: il suo rapporto con la fede

Era un rapporto molto forte, anche se vissuto con discrezione, non esibito. Nel lager non c’era modo di partecipare a celebrazioni o di professare la propria fede, ma Ines pregava Dio chiedendo la forza per sopravvivere e tornare in Italia. Il suo perdono nasce sicuramente dalle sue convinzioni religiose, ma anche e soprattutto dalla consapevolezza che, altrimenti, avrebbe continuato a vivere da prigioniera. Non più dei nazisti, ma dell’odio e della rabbia.

Sono previste presentazioni online?

Al momento non ne abbiamo ancora fissate, ma ci stiamo attivando. Siamo disponibili per incontri di questo tipo promossi da Comuni, associazioni, biblioteche, librerie e naturalmente scuole. Chiunque sia interessato può prendere contatto scrivendo una mail a tantotutornisempre@gmail.com

Francesca Rossetti

Francesca Rossetti

Giornalista iscritta all’albo, attiva nel Sociale e per i diritti umani