Il giro del mondo in 88 giorni di Florinda Klevisser

Il giro del mondo in 88 giorni di Florinda Klevisser

Chi è Florinda Klevisser e come nasce l’idea del giro del mondo in 88 giorni e del relativo libro?

“Sono innanzitutto una geografa, professione diventata ormai rara, nella quale il mondo viene visto nella sua complessità e studiato nei suoi vari aspetti, dal paesaggio al modo in cui viene vissuto e modellato dall’uomo. L’amore per la comprensione delle bellezze e delle problematiche del nostro pianeta si unisce in modo naturale a quello per il viaggio, che credo sia insito nel mio DNA. Sono una persona un po’ “nomade” per natura, sempre con la valigia pronta. Inoltre, ho sposato un diplomatico e con lui la mia voglia perenne di spostarmi ha raggiunto un altro livello e quindi, oltre ai viaggi, ogni tre-quattro anni parto per trasferirmi in un altro paese. Dopo aver lasciato la carriera accademica, mi sono dedicata alla scrittura di racconti e guide: dopo  “Monaco d’Autore” e “Trieste al femminile”, sta per essere  pubblicata, sempre per Morellini Editore, la mia guida delle città di Fiume (Rijeka), capitale europea della cultura 2020-21.

L’idea di intraprendere questo viaggio intorno al mondo è nata dal desiderio di andare a trovare mia sorella, che vive da anni in Nuova Zelanda. Il volo è particolarmente lungo, dato che Auckland si trova agli antipodi dell’Italia, e dopo averlo già fatto una volta volevo spezzare il viaggio con qualche tappa… mi sono fatta un po’ prendere la mano. Inoltre, mi trovavo in un momento di riflessione, in cui avevo voglia di un cambiamento nella mia vita e per ogni decisione importante ci vuole del tempo per riflettere. Ho deciso di prendermi una pausa dal mio lavoro all’Università e realizzare un sogno che tenevo nel cassetto da tempo e che non pensavo essere realizzabile senza un lungo periodo di preparazione (e risparmio).”

Il titolo del Suo libro ricorda quello del romanzo di Jules Verne: anche l’itinerario assomiglia?

“Da bambina leggevo sempre i fantastici romanzi di Jules Verne, che rimane tra i miei autori preferiti. Sono gli stessi: il punto di partenza (Londra), la direzione Ovest-Est, incontro al sole che permette di guadagnare una giornata e la tappa a Hong Kong. Phileas Fogg passa per il Canale di Suez, per raggiungere l’India e il Giappone mentre io, potendo usare l’aereo, ho preferito Dubai, Singapore, Bangkok (a cui ho aggiunto una settimana a Phuket), Sidney, Nuova Zelanda (sia Auckland che un bellissimo giro di tre settimane per l’isola del Sud), Samoa e San Diego in California.

L’idea dell’omaggio al romanzo di Verne nel titolo è nata quando mi sono accorta che il mio viaggio aveva avuto una durata simile a quello di Phileas Fogg. L’ho trovato molto divertente, anche perché da allora sono cambiate molte cose. Per fare il giro nel mondo “verniano” ma con mezzi di trasporto moderni, hanno calcolato che oggi basterebbero undici giorni. Una volta, a una presentazione del libro, mi hanno chiesto  il perché degli otto giorni in più e qualcuno in sala ha replicato scherzosamente che li avevo passati in spiaggia. In effetti, ha colto la più grande differenza tra il mio viaggio e quello narrato da Verne: il mio giro del mondo è stato all’insegna del godersi ogni momento e del concedersi il tempo necessario per assaporare luoghi e atmosfere. Un po’ di relax in spiaggia non poteva mancare!”

Come è stato strutturato il tutto a livello di mezzi di trasporto, alloggio ecc.? Ha avuto amici in tutto il mondo come appoggio?

“Ho acquistato un biglietto “round the world” con itinerario personalizzato attraverso il sito http://www.roundtheworldflights.com, un’agenzia londinese specializzata in questo tipo di viaggio e che offre tariffe agevolate.

Per dormire ho innanzitutto contattato gli amici che avevo in giro e poi, per le destinazioni in cui non conoscevo nessuno, ho cercato delle persone che mi sembravano a me affini attraverso Couchsurfing (una piattaforma che mette in contatto chi cerca ospitalità con chi la offre). A Hong Kong ho preferito dormire in albergo, anche perché gli alloggi sono molto piccoli e non trovavo nessuno. Il primo capitolo del mio libro contiene tutte le informazioni necessarie per intraprendere un viaggio come il mio, con un budget ridotto.”

Ci può raccontare qualche esperienza o incontro particolare vissuto?

“Nel mio libro ci sono tanti aneddoti di questo viaggio ma l’esperienza che mi è rimasta più impressa è sicuramente l’attesa dell’uragano Wilma ad Apia, Samoa, in cui ho potuto osservare (e ammirare) il comportamento calmo e disciplinato dei samoani intenti a sprangare porte e finestre e a fare scorta di viveri in un’atmosfera surreale. L’Oceano Pacifico si stava scatenando e le onde erano sempre più alte. Ogni pochi minuti ci sferzavano scrosci di pioggia torrenziale dalla quale era impossibile proteggersi tale era la sua violenza. Mi erano rimasta solo una maglietta e un pantaloncino asciutto, che usavo all’interno della mia stanza, la quale a sua volta si era allagata varie volte. Seguivo i bollettini di aggiornamento via radio tramite il mio cellulare e le persone del luogo venivano a chiedere notizie, dato che di radio ce ne erano poche e la corrente era saltata.

Grazie a Couchsurfing dopo poche ore che ero sull’isola conoscevo praticamente tutti i giovani che lavoravano nelle varie organizzazioni internazionali presenti. La persona che mi ospitava stava facendo uno stage presso l’OCSE e dato che si tratta di luoghi molto esotici, molto lontani dal resto del mondo e piccole realtà, è normale fare gruppo. Data la pericolosità della situazione, dal quartiere generale delle Nazioni Unite è arrivato l’ordine di raggrupparci tutti in una casa in collina affittata ad uno di loro in modo da rendere più semplici gli eventuali soccorsi. Ognuno ha portato le cose che voleva mettere in salvo (come ad esempio il computer, avvolto in strati di sacchetti di plastica) e una provvista di viveri. Il risultato è stato una lunga festa, soprattutto dopo la notizia che l’uragano aveva cambiato direzione all’ultimo momento, prendendo le isole di Samoa con meno forza e causando danni limitati. Purtroppo ci furono anche tre ragazzi dispersi, inghiottiti dal mare. Era la fine dei miei dodici giorni di permanenza sull’isola. Dovevano essere dieci ma avevo guadagnato un giorno in più attraversando la linea di cambiamento della data (ricordate quanto accadde a Phileas Fogg?) e a causa dell’uragano il mio volo era stato posticipato di 24 ore. Ogni giorno in più in quel paradiso era un regalo molto apprezzato.”

Quale sarà il prossimo viaggio?

“Bella domanda. Con la situazione che stiamo vivendo non posso rispondere con certezza. In questo momento vorrei partire e non tornare a casa per mesi, facendo tappa da tutte le persone a cui voglio più bene iniziando dai miei genitori, che non vedo da mesi, e finendo con mia sorella in Nuova Zelanda. Come viaggio in Italia, ho voglia di andare quanto prima in Sicilia e salire (nuovamente) sull’Etna che è spesso in eruzione in questo periodo, ma mi piacerebbe molto anche un fine settimana a Napoli o a Venezia. In Italia abbiamo la fortuna di avere tanta bellezza che ognuno di noi può godere di cose incredibili senza spostarsi molto. Parlando di viaggi più lunghi, vorrei tornare in Islanda, magari in inverno per vedere l’aurora boreale (c’ero stata in estate e mi sono innamorata del posto), e se il Covid ci permetterà di andare più lontano, mi piacerebbe andare in Ladakh, sui contrafforti dell’Himalaya ad arrampicarmi tra le montagne e meditare ad alta quota con la guida di un lama tibetano che ho avuto la fortuna di conoscere a Fiume.”

Foto di copertina: Lara Perentin

Francesca Rossetti

Francesca Rossetti

Giornalista iscritta all’albo, attiva nel Sociale e per i diritti umani