INTERVISTA AL POETA STEFANO LABBIA: IL SUO RIFUGIO È SOMMERSO DI AMORE E REALTÀ

INTERVISTA AL POETA STEFANO LABBIA: IL SUO RIFUGIO È SOMMERSO DI AMORE E REALTÀ

La poesia è sentimento, una forma di scrittura così profonda da toccare corde spesso irraggiungibili per altre arti. Tutto si regge su un ricordo, su un odore riportato alla mente, una scena, un volto che il lettore si figura per via di una semplice parola lasciata, quasi distrattamente, da uno scrittore furfante. Furfante perché il suo scopo è quello di emozionare, mentre egli stesso si emoziona. La poesia è questo e altro, in particolare profondità, come profondo è questo libro, questa raccolta, questa strada che Stefano Labbia costruisce mattone per mattone con sapienza e agilità.

1. Le raccolte di poesie sembrano sempre piccoli collage, foto di ricordi, sbiaditi, messi insieme. Hai pensato a un fulcro attorno al quale le poesie ruotano o hai preferito raggruppare piccole storie scritte nello stesso periodo?

Prima di rispondere: grazie di cuore per questa fantastica opportunità! Francesco Grieco, artista che spazia dalla pittura al fumetto, mi ha spiazzato, in un certo senso quando ha dichiarato che ogni mia poesia ai suoi occhi appariva come un quadro da dipingere. Quindi in un certo senso si… Le mie poesie sono spesso microstorie, piccoli “romanzi” concentrati in una pagina o due. In pochi versi. E spesso e volentieri sono collegati luno all’altra da un filo (in)visibile. Le poesie contenute nella raccolta che ho intitolato “Nel Rifugio Sommerso” sono state tutte “concepite” nello stesso periodo. E questo  voluto anche per una questione di sincerità verso il lettore: è importante per me che nel percorso lirico ci sia un’altalena, una crescita autoriale e personale. Se confronti le poesie presenti all’interno de “Gli orari del cuore”, silloge uscita di recente in seconda edizione su Amazon, sicuramente noterai uno sviluppo umano, una visione poetica differente rispetto a quella presente nella mia ultima raccolta.

2. “Nel rifugio sommerso” è un titolo notevole: sembrerebbe comunicare calore, un nascondiglio sicuro in cui entrare e farsi scivolare addosso i problemi della vita. Come mai hai scelto proprio questo titolo?

Abbiamo bisogno tutti di un rifugio. E più o meno coscientemente lo abbiamo. Ma non  un luogo fisico… È onirico. Insito in noi. Sommerso. Spesso e volentieri da problemi, stress, preoccupazioni. E sciocchezze a cui invece dedichiamo importanza. Energie. Esattamente come ne “I Giardini Incantati” (seconda raccolta poetica dell’autore) ho voluto esprimere il concetto di “salvezza interiore”, della possibilità di farsi del bene, di visitare o costruire un luogo ove riflettere, in cui sognare. In cui crescere e sconfiggere quei demoni personali, quegli schemi mentali, quelle convinzioni radicate in noi da sempre.

3. La poesia è un’arte coperta di polvere, ostica alle nuove generazioni, forse proprio per via della scarica emotiva che riesce a dare. Oggi come oggi l’uomo è in difficoltà a gestire emozioni e a incanalarle in qualcosa di costruttivo come la scrittura, anche se viene molto consigliata come percorso meditativo e catartico. Cosa rappresenta per te questo processo? Cosa ti ha portato a realizzare questa raccolta?

Sono d’accordo con lei, in un certo qual modo. Si crede che questa nuova “società smart” non abbia tempo per le emozioni. Sembriamo per certi versi sempre più vicini ad essere degli automi, delle marionette in balia dell’esistenza moderna. Passivi. E paradossalmente gli scienziati lavorano per donare emozioni ai robot che a breve sembra popoleranno il mondo. È piuttosto inquietante la cosa… Il relatore della prima presentazione de “Piccole Vite Infelici”, il mio primo romanzo, ha dichiarato che l’opera altro non è “è un diario della nostra generazione (i trentenni NdR), una testimonianza di come siamo diventati, di come ci siamo involuti umanamente.”. E che esso servirà alle generazioni future per avere coscienza di ciò che eravamo. Sperando che, nel frattempo, ci sia stato un miglioramento, dal punto di vista umano… Tornando a parlare de “Nel Rifugio Sommerso”… Credo che esattamente come per il mio romanzo, si possa parlare di una raccolta di emozioni, contraddizioni, bugie. Un caleidoscopio insomma di vizi e virtù. Di amore e… odio. Era necessario mettere nero su bianco cosa siamo. Quello che pensiamo. Ma che, quasi sempre, abbiamo paura di dire persino a noi stessi. Credo che la scrittura e la lettura, due “arti” che vanno di pari passo, debbano essere altruistiche. Debbano sconvolgere, scioccare, suscitare emozioni anche contrastanti tra loro. Ma non devono essere egoistiche. A chi mi chiede consiglio sulle letture dico: “Prova a leggere e a confrontarti con un modo distante dal tuo. Sarà un viaggio impervio e duro. Devastante. Ma sarà un bel viaggio.”. Sei appassionato di gialli? Prova a leggere un romanzo storico. Sei appassionato di comics americani? Leggi un manga. Bisogna aprirsi sempre a nuovi orizzonti. Viaggiare. Confrontarsi e ampliare i propri orizzonti. Poco importa se con una valigia al seguito o con un libro tra le mani. Io scrivo di ciò che vedo. Di ciò che leggo. Di ciò che odio. E di ciò che amo. Lo scrivo per noi. Per riflettere. Per trovare delle risposte alle domande che ci assillano. Per scuotere le nostre coscienze. Ci sono riuscito sinora?

L’autore Stefano Labbia

Marika Lauria