KATYA MAUGERI ED IL GIORNALISMO SOCIALE

KATYA MAUGERI ED IL GIORNALISMO SOCIALE

Oggi siamo con Katya Maugeri che ci parla di un argomento molto importante ed attuale al giorno d’oggi: il giornalismo sociale, a lei la parola.

Chi è Katya Maugeri e come nasce la passione per il giornalismo sociale?

“Sono una giornalista pubblicista, direttrice del quotidiano online Sicilia Network con una grande passione per il giornalismo di inchiesta. Sono una donna che ama oltrepassare le definizioni e guardare l’essenza delle cose, delle persone, dei sentimenti. Mi riconosco come una giornalista che ama il proprio lavoro.

Credo sia necessario conoscere e raccontare la nostra società declinando i vari aspetti che la rappresentano senza anteporre il pregiudizio. Pregiudizio che è causa indiscussa di tantissima superficialità e disinformazione. La passione per il giornalismo sociale nasce dal desiderio di raccontare in prima persona le storie di coloro che rappresentano le realtà che ci circondano, quelle emarginate e che secondo molti non meritano i riflettori. Il giornalismo sociale nasce dall’inchiesta e si colora di vite che si intersecano tra di loro. È l’insieme di storie che raccontano sfaccettature diverse, sempre nuove, che lasciano il segno. È importante, quindi, raccontarle quelle storie. Attraverso l’ascolto e l’assenza di giudizio, percorrendo la via dell’umiltà che porta inevitabilmente all’umanità.”

Di che cosa parla  il libro “Liberaci dai nostri mali” e a chi si rivolge?

“Liberaci dai nostri mali”, edito dalla Villaggio Maori Edizioni, indaga l’animo di sette detenuti, reclusi alla Casa circondariale di Augusta (SR). Sette interviste, sette vite, tra pentimenti, rimorsi e speranze. Nessuna assoluzione da parte mia, non è un libro sul perdono, ma sulla capacità di ascoltare la vita altrui, soprattutto quando è macchiata da errori indiscussi che mettono in crisi altre persone e danneggiano la società. È un libro rivolto a coloro che desiderano approfondire la realtà carceraria, per capire meglio cosa accade dentro quelle sbarre, senza limitarci alle notizie mordi e fuggi, senza fermarsi alla incapacità di andare oltre.”

Qual è la situazione delle carceri italiane e del mondo, soprattutto quelle americane nelle quali esiste ancora la pena di morte?

 “Nei mesi scorsi è stato presentato il sedicesimo  rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione dal quale emergeva un quadro deleterio, a causa del Covid-19 ma non solo. A fine febbraio i detenuti erano 61.230 a fronte di una capienza regolamentare di 50.931 posti. Tutto questo si traduce, inevitabilmente, in condizioni di vita in carcere molto difficili, anche da un punto di vista igienico e sanitario. Tra i fenomeni ad avere alta risonanza c’è sempre il suicidio: la morte che diventa sinonimo di liberazione, fuga da una difficile esistenza terrena.

Le carceri americane si basano su un regime carcerario e una legislazione differenti.

Il denominatore comune, nelle dinamiche interne a quegli istituti penitenziari affonda le radici in tematiche che scuotono la nostra società: il pregiudizio e la presunzione di dover condannare e non rieducare. Ciò non impedisce ai detenuti americani di svolgere lavori socialmente utili – diverse volte anche per strada negli Stati Uniti si vedono cartelli di lavoro in corso con su scritto “prisoners at work” – ma la pena di morte è sicuramente una sentenza definitiva di morte civile e non solo fisica dei condannati.”

Enzo Tortora, a seguito del suo ingiusto arresto nel 1983, si adoperò molto per la condizioni di vita carcerarie: cos’è cambiata la situazione da allora ad oggi?

“Molto spesso si tende alla spettacolarizzazione mediatica sia delle condanne che delle innocenze, quando la riflessione dovrebbe essere più ampia sulle criticità del sistema giudiziario e sulla velocità con cui spesso si procede ad arresti e detenzioni sulla base di indizi un po’ fragili. La storia di Enzo Tortora merita rispetto, anche per l’umanità con cui l’uomo Tortora, non il personaggio pubblico, si è mostrato agli altri detenuti, giustamente incarcerati o ingiustamente reclusi come nel suo caso. Cos’è cambiato oggi? Poco. I social media sono diventati dei tribunali non autorizzati nei quali è facile puntare il dito, emettere sentenze, senza mai preoccuparsi di proteggere l’identità emotiva del “condannato”.

“Liberaci dai nostri mali” diventerà spettacolo teatrale:la Bottega dell’attore, diretta da Germano Martorana, lo metterà in scena. Insieme a Germano Martorana (regista dello spettacolo), Salvo Giorgio e Cristina Gennaro, abbiamo lavorato all’adattamento teatrale del libro: sarà un viaggio all’interno della coscienza dell’uomo, anche quando detenuto.”

Francesca Rossetti

Francesca Rossetti

Giornalista iscritta all’albo, attiva nel Sociale e per i diritti umani