LUCIANO CURRERI ED IL MONDO DELLA LETTERATURA

LUCIANO CURRERI ED IL MONDO DELLA LETTERATURA

In questi giorni in libreria è comparso un libro dal nome singolare, «Volevo scrivere un’altra cosa », ed ecco cosa ci racconta l’autore, Luciano Curreri.

Chi è Luciano Curreri e come nasce la passione per la letteratura?

« Posso giocare con me stesso, cara Francesca, e, nello stesso tempo, provare a dire qualcosa di verosimile?

Se sì, ti dirò che Luciano Curreri è una «pancia all’estero», da un quarto di secolo almeno, con incarichi tra Francia e Belgio, dove ormai risiede con moglie, due figlie, cane, gatta e coniglio, in un piccolo chalet delle Ardenne verdi: ha scelto di abitare in un posto di vacanza perché non va mai in vacanza.

Insegna all’università ma non fa parte dell’élite ed esce dritto dritto da uno dei tanti processi di razionalizzazione economica in seno ai quali centinaia di migliaia di persone hanno dovuto, devono e dovranno lasciare il loro paese.

Sa il latino ma non il greco, sa il francese e un po’ di spagnolo e, controvoglia peraltro, pochissimo inglese. Per fortuna lo hanno selezionato per insegnare, in un dipartimento di lingue e letterature romanze, la storia della lingua e della letteratura italiana. La passione per quest’ultima e per la letteratura in generale nasce da piccolo, intorno agli undici anni. Compone un tema di storia alle Scuole medie e la professoressa, Liliana Jengo, dopo averlo letto, gli mette, con la sua bella calligrafia e in rosso, «Ottimissimo», lo invita a continuare a scrivere, a giocare con la lingua e, ancor più, a leggere. E lo fa regalandogli, come premio, la terza edizione, nelle «Letture per la Scuola Media» Einaudi, di Il sergente nella neve, del granderrimo Mario Rigoni Stern.

Forse sa che suo nonno materno, contadino della Bassa e bersagliere suo malgrado, è disperso in Russia dal 1942 (e da qualche anno pare riposi in un cimitero sugli Urali). Così, d’estate, mentre aiuta in campagna, impilando casse, guidando il trattore nei filari, legge il resto di Rigoni Stern, e tutto Calvino, tutto Levi (Primo, ma anche Carlo), tutto Sciascia, molto Rodari… A 13 anni compra, appena esce, Una pietra sopra, di Calvino: è piccolo, è nato in periferia ma ci prova. Da quel momento in poi, legge anche tutte le introduzioni, anche quando non sono dell’autore del libro che ha sotto gli occhi. Apprezzerà sempre di più la forma del saggio insieme a quella del racconto. Dirà molte volte, di un racconto o di un saggio, «avrei voluto scriverlo io» ma poi cercherà sempre di «scrivere un’altra cosa».

Questa volontà, forgiatasi nel passato, non l’ha mai persa di vista, mai del tutto, ed è questa «fedeltà» che è stata, è e sarà al centro della sua vera passione per la letteratura: passione che è anche, in tal senso, consapevolezza che la letteratura, affinché resti, si deve continuare a declinare altrimenti, dentro e fuori la stessa, sempre. Non è un caso che LC la ritrovi, più di tanti suoi colleghi, dappertutto: nella storia come nel cinema, nel fotoromanzo e nel fumetto, nella canzone e ancora in tanto altro materiale resistente. Non penso sia necessario aggiungere altro. O forse sì. Non è un tipo da otium e non manda lo spirito in vacanza alla ricerca della bellezza o dello schifo; ha sempre dovuto lavorare e non pensa alla scrittura come a un lusso; convinto che tutte le persone siano in possesso di un ombelico, sa che per nasconderlo anche solo un pochino e far finta di parlare del mondo tutto non basta raccontare di cronaca rosa e nera, droga, guerra, malavita, politica, sanità… e di tutte le vittime più o meno relative messe insieme dal pianeta in secoli e millenni di storia. »

Di che cosa parla « Volevo scrivere un’altra cosa » e cosa cerca di comunicare al lettore?

« Volevo scrivere un’altra cosa » è una specie di «tormentone» che il lettore trova alla fine di ogni racconto sotto forma di postilla più o meno lunga e legittima ma sempre tesa a suggerire che il testo che la precede è una finzione, una posa, alla fine della quale, l’autore, stanco della recita, confessa, in un certo senso, la sua inattendibilità e, in ultima istanza, la sua impotenza a raccontare. E tuttavia, quello stesso autore si diverte e fa divertire, passando in rassegna per frammenti il nostro corpo sociale, birichinamente e bizzarramente fatto a pezzi e come tale messo in scena, di volta in volta, sotto titoli che sono tutti figli di intuizioni e invenzioni che sono già in quegli stessi titoli (e spesso anche nelle dediche a noti scrittori – italiani e non – cui non si fa il verso ma che ci sono e si sente che ci sono, eccome!). Così, da Il subappalto delle vacanze e Divorziate contro sposate a La metà fascista del cuore, da Per qualche capello in meno, Zanne più che zinne fino a Tutti hanno un romanzo nel cassetto, pochi un racconto in cassaforte, La colonia degli scrittori o L’Istituzione della Bella Copia, si intrecciano varie scritture al femminile, lunari fantasie, fiabe gotiche e spunti horror, finanche splatter, satire in punta di fioretto del mondo accademico, istituzionale e intellettuale. E il tutto oscilla, come è stato detto in diverse recensioni (da Lamantea a La Porta, da Onofri a Preziosi), tra un gusto dell’assurdo e del paradosso e un impegno fortemente civile, nutrito d’indignazione – e non di quella a buon mercato – e di utopia anarchica (oltremodo centrale nel lavoro recente del Curreri saggista). A questo proposito, c’è chi ha evocato il «surrealismo civico» di Alberto Savinio, ma anche quel Paolo Nori che mette in scena il massimo dell’artificio come mimesi dell’autentico. Vero, ma il filo che lega il tutto è il trapassare lento, quasi impercettibile, dalla scena quotidiana alla scena infernale, che odora di zolfo e sa di demoniaco, in maniera inedita, perché sempre disattesa da una corrente narrativa straniante e, diciamolo, non poco tagliente; già, perché gli umori che nutrono questi diciotto pezzi non facili sono affilati come rasoi, la cui funzionalità, senza mai scadere nel più becero splatter, è in grado di farlo intuire al pio lettore e di ferirlo il giusto anche quando sembra che questi sottili rasoi si dispongano a fargli una carezza, che sovente e non a caso diventa una specie di aggressivo contropelo. E in tutto questo c’è, soprattutto, il rifiuto di una standardizzata maturità autorial-editoriale, di quel patto col lettore che – sotto forma di postfazione altrui (nella finzione) – il diciannovesimo testo vorrebbe forse rafforzare e che invece non fa che gettare alle ortiche. Ecco, le ortiche, nonostante quel che ho appena detto, sono un colpo di genio. Perché le ortiche sono, ripeto, il «tormentone» espresso dal titolo e strutturante l’intera raccolta, in virtù delle postille che aprono il finale di ogni racconto per produrne un altro, che è sovente meno rassicurante del primo. E da questo punto di vista, non si tratta più di una semplice e più o meno indovinata raccolta di racconti ma di un lavoro compatto: un romanzo fatto di frammenti-membra di quel corpo sociale che è, per l’appunto, il nostro. »

Quali sono i Suoi autori e generi preferiti e cosa ne pensa degli autori emergenti di oggi?

« Penso di poter dire di essere, a cinquant’anni suonati, una «voce contro», che non ha tanto da spartire con i canovacci più abituali degli emergenti – o degli «stanti» – che o navigano a vista, insieme agli editori, o stanno in conventicole, pure critiche, che hanno un minimo di «potere» per sostenerli. E lo dico oggettivamente, e nel più grande rispetto di chi sa fare cose che io non riesco neanche a pensare.

In questo senso ho, da vent’anni almeno (ovvero da tempi non sospetti), un grande rispetto per chi, pur essendo molto diverso da me, cerca di capire la sfida e lo stile che stanno dietro alcune mie prove narrative e saggistiche: penso ovviamente ad Alessandro Barbero, in primo luogo, ma anche a Ernesto Ferrero, a Claudio Magris, ai recensori che ho evocato prima, ma pure a Eraldo Baldini e Rodolfo Zucco, per esempio, a Fabrizio Dall’Aglio e Valerio Nardoni…  

Invece, i miei autori, per così dire, sono molti e molto diversi (per contesti e genere), a partire dagli scrittori italiani che ho già citato e dagli stranieri cui sono dedicati i testi di Volevo scrivere un’altra cosa: Bradbury, Ballard, Peter Bichsel, Dickens, Dostoevskij, Dürrenmatt, Jack Finney, Hemingway, Ira Levin, Matheson, Poe, Stendhal… »

Il ruolo delle scuole letterarie per la formazione degli autori

« La scuola letteraria non mi garba quando pretende di rilasciare ai suoi studenti un passaporto speciale in virtù del quale far passare loro le frontiere del mercato editoriale italiano, vendendo così più un pacchetto di contatti che di veri e propri strumenti. In questo, la scuola letteraria replica la più triste accademia. Quando la scuola letteraria diventa anche soltanto una piccolissima polis, un luogo di incontro aperto, magari, che so, un’arcadia meno gerarchizzata e più disseminata, allora mi piace, eccome! E in questo dovrebbe essere seguita dall’università, dall’accademia, da tutte le istituzioni che oggi più dell’altr’ieri pensano solo a far rifiorire un’élite… »

Quali saranno le prossime presentazioni del libro?

« In tempi di corona virus, le mie presentazioni, per quanto non si tratti di ‘bagni di folla’, sono ovviamente annullate (come sono cancellati i voli che mi porterebbe dal Belgio in Italia). A proposito di scuole letterarie, si doveva parlare di Volevo scrivere un’altra cosa alla Scuola Carver di Livorno sabato 21 marzo 2020… »

Francesca Rossetti

Francesca Rossetti

Giornalista iscritta all’albo, attiva nel Sociale e per i diritti umani