Il mio Iran, fra veli e tecnologia, storia e smartphone

Il mio Iran, fra veli e tecnologia, storia e smartphone

In accordo con le leggi della Repubblica Islamica dell’Iran le signore devono coprirsi il capo prima di scendere dall’aereo”. Abbiamo appena toccato la pista di atterraggio dell’aeroporto di Tehran e questo è il benvenuto in Iran. Con gesto incerto mi sistemo il foulard sulla testa e intorno al collo, con una punta di fastidio. Poi però penso alle donne di questo paese, che fin da bambine sono costrette a coprirsi il capo – perché lo dice una legge votata in Parlamento – con qualsiasi temperatura, caldo o freddo che sia, sempre con la testa fasciata, a nascondere una parte di sé. E allora lo metto di buon grado questo foulard – hijab – che mi accompagnerà per tutto il viaggio e che sicuramente lascerà un segno nel profondo, perché non è solo un velo e lo scoprirò strada facendo.

Avere il visto sul passaporto ci toglie un’ora di sonno…burocrazia persiana!

Il mattino a Tehran ci accoglie con un’aria frizzantina ma con il cielo sereno e soleggiato. La città già brulica di traffico: i 14 milioni di abitanti sembrano già essere tutti in movimento. Scorrono, uno dopo l’altro, davanti ai nostri occhi i tesori del Golestan Palace, del Museo Nazionale e di quello del vetro e della ceramica. Stucchi, specchi, luccichii ci accecano gli occhi e una volta fuori veniamo invece colpiti dal nero dei chador che coprono molte donne in giro per la città. Veli e cellulari, chador e internet. E’ l’Iran contemporaneo, dove tradizione e modernità vanno a braccetto, inseparabili.

Donna iraniana al cellulare

Prima di partire per Shiraz, ci concediamo la vista dall’alto di questa megalopoli sulla torre Milad, o delle comunicazioni. E’ la sesta torre più alta del mondo e il panorama da lassù è mozzafiato, la città ai nostri piedi si estende a perdita d’occhio, da un lato si arrampica sulle montagne e dall’altro fugge verso l’altipiano. Un agglomerato urbano disordinato e caotico che trova una sua compiutezza, una sua connotazione, cui fa da sfondo il costante rumore del traffico che toglie spazio sonoro alla chiamata del muezzin.

Tehran Torre Milad

Shiraz.

Shiraz è la città delle rose, degli usignoli, della poesia. E’ la patria di Hafez, il cui mausoleo viene visitato da una folla ininterrotta di iraniani che rendono omaggio al poeta che parlava al cuore della Persia.

A Shiraz la moschea delle rose, Nasir ol Molk, è il primo esempio di ribellione alle regole sulle decorazioni islamiche. Migliaia di rose campeggiano sulle maioliche che rivestono i suoi muri e sembra quasi di sentirne il profumo. Ma sono gli interni multicolori a conquistare l’attenzione di tutti. La luce del sole che filtra dalle vetrate crea un caleidoscopio di colori che avvolge l’anima oltre che gli occhi.

Shiraz Moschea delle rose

A Shiraz il bazar Vakil ci accoglie con i suoi numerosi negozi, con i caravanserragli e i vicoli, ma tutto in un ordine quasi svizzero. Sono lontani i caotici e vocianti bazar arabi e quasi ci manca quella calca umana che a volte diventa invadente. Qui il tratto distintivo degli iraniani è la gentilezza, il rispetto, il sorriso. “Welcome to Shiraz” mi dice sorridendo una giovane donna che incrocio mentre vago su una piazza cittadina.

E ancora veniamo colpiti dalla pulizia delle strade, dalla cura e dal decoro urbano. E inevitabile arriva il confronto con il degrado di casa nostra…

Sorprendente Iran, vittima di troppi pregiudizi di un Occidente che si fa manipolare da chi ha dichiarato guerra a questo popolo gentile.

Naqsh e Rostam/Pasargade/Persepolis.

Ci sono luoghi dove si respira la storia, dove le testimonianze sono ancora così forti da farti toccare con mano la grandezza di certi popoli. E’ quello che si prova visitando i siti archeologici dell’antica Persia. A Naqsh e Rostam le tombe dei grandi re Achemenidi, Dario I, Dario II, Serse e Artaserse, ci catturano con le loro incisioni sulla roccia, mentre a Pasargade la tomba di Ciro il Grande campeggia come un trono nel mezzo di un’arida distesa circondata da brulle montagne.

Ma è Persepolis che sorprende con la sua maestosità, ancora intatta nonostante le rovine che, tuttavia, lasciano ancora immaginare quale fosse la grandezza del luogo. Un luogo senza tempo, memoria di un grande passato. Camminare sui viali polverosi della polis è camminare nella storia, attraversare i secoli e comprendere che buona parte di ciò che siamo arriva da qui.

Persepolis

Shiraz riserva un’ultima sorpresa. Il mausoleo di Shah Cheragh, uno dei tre santuari più importanti del paese. Le donne devono rigorosamente essere completamente coperte (non è sufficiente il foulard a coprire la testa) e così sperimento anche il chador, per fortuna di colore bianco, che mi avvolge per intero, rendendomi goffa e imbranata nei movimenti. Superato il controllo della polizia morale (i famigerati Pasdaran, ovviamente al femminile per noi donne), una giovane donna mi viene in aiuto e mi sistema la copertura, con il sorriso e la gioia negli occhi. Pur appartenendo a due culture diverse e distanti ho avvertito una forte empatia nei confronti di questa donna musulmana che tanto tiene a che le ospiti straniere siano ben coperte per entrare al cospetto di un loro importante santo.

L’interno del mausoleo, separato per uomini e donne, è di una bellezza che toglie il respiro. Migliaia di specchi coprono pareti e soffitti, realizzando ricami raffinati e abbaglianti. Mi soffermo a osservare le donne che pregano in raccoglimento, ma continuo a chiedermi laicamente a cosa serve tutto questo nascondere il corpo delle donne, a chi fa paura, a chi nuoce? Un interrogativo che non trova risposta.

Bam e Rayen.

Dopo ore trascorse percorrendo una strada che attraversa un paesaggio semidesertico, circondato da alte montagne dalle cime aguzze che sembrano graffiare il cielo, arriviamo a Bam, un avamposto a poche centinaia di kilometri dal confine con il Pakistan. La cittadella fortificata del terzo secolo avanti Cristo è ora patrimonio Unesco e si cura le ferite riportate nel devastante terremoto del 2003.

Al suo interno l’impressione è quella di camminare dentro castelli di sabbia, quelli che fanno i bambini in riva al mare, per via del colore degli edifici, tutti realizzati in mattoni crudi ricoperti di paglia e fango. Ma a colpirci di più è la cittadella di Rayen, qualche kilometro più a nord, dove arriviamo al tramonto, il cielo pieno di nuvole, qualche goccia di pioggia e il canto del muezzin. Ingredienti di una atmosfera esotica, dove il sacro e il profano si mescolano nell’eterno melting pot dell’umanità. La visita al mausoleo del sufi Shah Nematollah Vali ci riconduce alla dimensione spirituale dell’Iran sciita, che venera i suoi santi, prega il suo Dio, ma strizza l’occhio al turista, sempre col sorriso sulle labbra e la gentilezza nel cuore.

Kerman.

La moschea del venerdì ci accoglie con il suo silenzio mattutino. La caratteristica architettura mostra fiera gli onori ad Alì, mentre il guardiano sgrana fra le dita il suo consunto rosario. Al silenzio di questo luogo di preghiera si contrappone il vociare chiassoso del vicino bazar. I venditori di frutta e verdura pubblicizzano a gran voce la loro merce, mentre gruppi di donne avvolte nei loro manti neri, si accalcano per acquistare i prodotti più freschi.

Donne al mercato di Kerman

Banchi e negozi si susseguono senza interruzioni e i nostri occhi vengono rapiti dalle vetrine degli orafi e dai banchi delle spezie. Una sosta a base di tè e narghilè all’interno di un vecchio hammam ci ricarica per continuare la nostra visita del bazar.

Vengo colpita dalla differenza dei negozi di abbigliamento: quelli degli uomini sono del tutto uguali ai nostri, mentre quelli delle donne pullulano di drappi neri, foulard, cappelli, ma anche di sfarzosi abiti da sera che probabilmente le donne persiane nascondono accuratamente sotto i lugubri chador. Immancabili i sorrisi e la voglia di comunicare di vecchi e bambini, indifferentemente, anche senza l’ausilio di una lingua comune.

Yazd.

“La perla del deserto” è una città in bilico fra la modernità dei suoi negozi di moda e tecnologia, e il passato dei suoi antenati zoroastriani. Ti conquista con l’unicità delle sue torri del silenzio, luoghi di sepoltura dei seguaci di Zoroastro, arroccate su alte colline che dominano la città. Ti affascina con la quiete dei vicoli del suo centro storico, dove è facile perdersi, ma anche ritrovarsi con il sorriso dei suoi gentili abitanti. Ti sorprende con le sue torri del vento, ingegnose costruzioni antesignane dei moderni condizionatori d’aria.

Salire sui tetti della città, da cui si ammira un paesaggio caratterizzato dalla monocromia ocre delle costruzioni, mentre si sorseggia il succo di melograno. E al tramonto il richiamo alla preghiera del muezzin riempie l’aria di un misticismo che si scontra con la quotidianità di chi si gusta un gelato o fa shopping negli innumerevoli negozi che circondano la moschea del venerdì.

Panorama di Yazd

Fontane con spruzzi colorati allietano la piazza Amir Chackmaq dove si affaccia la pasticceria più famosa della città, dove comprare una scatola di dolci è complicato quasi come ottenere il visto sul passaporto quando si entra in Iran!

Si lascia Yazd e la strada si snoda come un nastro nero di asfalto a tagliare in due la spianata desertica color ocra. Il villaggio di Meybod conserva la memoria del passato attraverso la fortezza di Narn Ghaleh e la cisterna (o ghiacciaia). Continuando a viaggiare verso Isfahan, sosta a Na’in dove si ammira la seconda moschea più antica dell’Iran risalente all’anno 1000. Calma e relax sono la cifra di una breve passeggiata nei vicoli di questo villaggio dove sembra quasi che il tempo si sia fermato.

Isfahan.

Ci arriviamo che è ormai buio ma la città ostenta comunque la sua ricchezza: eleganti edifici su viali alberati costeggiati da ampi parchi e giardini già descrivono una città benestante e un’oasi artificiale in mezzo al deserto. Ma la vera ricchezza di Isfahan è la sua immensa e straordinaria piazza. Arrivarci al mattino quando ancora non è pienamente animata da turisti e locali le rende una giustizia fatta di puro stupore, quello che acceca gli occhi di chi ci arriva per la prima volta. Lo sguardo si perde tutto intorno, non sa dove poggiarsi, tanta è la bellezza sprigionata dal luogo. Religione e potere temporale si contendono lo spazio, la moschea dell’Imam e il palazzo reale, cui fa da cornice il potere commerciale dei circa mille negozi che circondano la piazza in una doppia galleria.

Isfahan Piazza dell’Imam

La moschea dell’Imam proietta la sua bellezza attraverso la perfezione delle sue architetture, delle decorazioni in maioliche dipinte, nella maestosità delle sue sale. Il palazzo reale domina la piazza. La terrazza con il colonnato in legno è l’affaccio sul mondo nonché il controllo da parte del re sia sul commercio che sul clero.

Nella vicina scuola coranica si tengono corsi brevi sull’Islam: come dire adeguarsi ai ritmi frenetici della vita moderna. Sorseggiare un tè in uno dei numerosi caffè situati nelle piccole piazze che di tanto in tanto interrompono la galleria dei negozi e avere la sensazione di stare fuori dal tempo. O dentro un tempo diverso.

Attraversando un fresco e verde giardino si arriva al palazzo delle quaranta colonne, altra testimonianza del potere di Shah Abbas, vero dominus della città.

Isfahan, città romantica, dove i giovani innamorati di sera vanno a passeggiare sul ponte delle 33 arcate, le cui luci gli donano un caldo colore dorato. Un ponte che, come gli altri di questa città, non vede più acqua scorrere sotto, solo un letto di sabbia fa da sfondo alla sua bellezza.

Isfahan il Ponte delle 33 arcate

Ma immancabili sono gli “Hallo” e i sorrisi degli iraniani, giovani e anziani, donne e uomini, tutti in cerca di un contatto, fosse anche solo un semplice saluto.

Iran paese di tolleranza dove convivono in pace differenti culti religiosi. La moschea del venerdì con le sue straordinarie lavorazioni in mattoni rappresenta un unicum nel suo genere mentre nel quartiere armeno la cattedrale di Vank fa da casa spirituale ai numerosi armeni cristiani che vivono in Iran.

Nel museo adiacente alla cattedrale le testimonianze del genocidio degli armeni ci ricordano la folle crudeltà dell’uomo.

Isfahan città di mercanti. Puoi girovagare per ore nei labirinti del bazar o delle gallerie che circondano la piazza, fra miniature, tappeti, zafferano e pistacchi. Un mondo poliedrico e in continuo movimento che fa di questo popolo un campione di attivismo e di coraggio.

Ma la magia della città si manifesta di sera, quando la piazza si illumina di mille colori e le luci si rispecchiano nella vasca centrale, creando movimenti sinuosi che ammaliano il visitatore, il cui cuore inizia a soffrire per l’imminente partenza.

Isfahan la Piazza di notte – Palazzo Reale

Si lascia Isfahan in direzione di Tehran, ma prima ci sono ancora due tappe per scoprire altri due aspetti di questo variegato paese.

La strada lascia l’altipiano desertico, dove fanno bella mostra di sé le postazioni militari con tanto di contraerea, e si inerpica sulle montagne. Il paesaggio muta e all’ocre colore del deserto si sostituisce, man mano che si sale, il verde della vegetazione. Curva dopo curva si arriva ai 2252 metri di altitudine di Abyaneh, il villaggio rosso, uno dei più antichi del paese.

Il colore uniforme delle case viene contrastato dai più colorati costumi tradizionali indossati dai suoi abitanti che parlano l’antico dialetto derivato dalla lingua dei Medi, praticamente unico posto dove si parla questo idioma.

Lasciamo questo singolare e allegro villaggio per dirigerci verso Kashan, la città delle rose e delle antiche dimore dei mercanti persiani. Visitare una di queste abitazioni da la misura della ricchezza che accumulavano i commercianti locali, nel luogo di incrocio della via della seta, proveniente dalla Cina, con la via delle spezie, proveniente dall’India. Kashan crocevia di mercanti, di culture, di mondi diversi, che mantiene quel senso di ospitalità che accomuna l’intero Iran.

Donne iraniane in chador

Un viaggio in Iran è un tuffo in un passato glorioso dove alla storia degli antichi eroi persiani, come Ciro il Grande, fa eco lo sfarzo degli Shah che si sono susseguiti nel corso dei secoli. Ma è anche il contatto con una teocrazia che continua da quarant’anni a imporre le sue ferree regole di comportamento. Sotto lo sguardo onnipresente dell’imam Khomeini gli iraniani cercano incessantemente di aggirare i vincoli e i divieti imposti dal regime, ma lo fanno sempre con il sorriso sulle labbra e con la serenità sul viso. Un popolo straordinario che, nonostante tutte le difficoltà che il regime interno e i nemici esterni generano quotidianamente, reagisce con una contagiosa voglia di vivere. Un viaggio che lascia un segno nel cuore di chi vi arriva da turista, troppo spesso con un bagaglio pieno di pregiudizi che man mano che passano i giorni si assottiglia fino a scomparire. Un viaggio che si conclude con gli occhi ricolmi di meraviglie architettoniche, archeologiche, ma anche con l’animo pieno di un’accoglienza genuina e generosa, quella che ogni donna e ogni uomo di questo Paese sa regalare a tutti i viaggiatori che calpestano con rispetto il suo suolo.

Arrivederci Iran, la nostalgia sarà la spinta per tornare e godere di nuovo delle tue meraviglie.

Beatrice Tauro

L’autrice Beatrice Tauro

Beatrice Tauro

Scrittrice. Nata e cresciuta in un borgo nel cuore dell’Abruzzo, a diciannove anni si trasferisce a Roma per frequentare l’università e qui si stabilisce per amore e lavoro. Appassionata di viaggi, lettura e scrittura, predilige la narrativa contemporanea e il confronto interculturale. Particolarmente appassionata di letteratura femminile, anche di culture e paesi diversi e distanti. Da ottobre 2015 cura il blog “Con altre parole” sul sito di Arabpress dove racconta il mondo arabo e islamico attraverso le parole degli scrittori occidentali. Dal 2017 ha iniziato una collaborazione con la rivista online “Oubliette Magazine” dove pubblica recensioni di libri di autrici appartenenti all’area mediorientale e africana. A novembre 2016 ha pubblicato il suo primo romanzo "Madri a rendere" (Edizioni Cinquemarzo). Da diversi anni svolge attività di volontariato presso il Centro Astalli di Roma dove insegna italiano alle donne rifugiate.