Breve viaggio in Cina, fra la modernità dei grattacieli e le corti imperiali del tempo che fu!

Breve viaggio in Cina, fra la modernità dei grattacieli e le corti imperiali del tempo che fu!

Shanghai

Dopo un lungo volo via Doha, siamo arrivati a Shanghai in una fredda ma limpida giornata di inizio dicembre.

Ci accoglie Ueuei, la nostra guida in questa città. Uscendo dall’aeroporto e avviandoci lungo le nuove autostrade si capisce subito di essere in un paese in crescita ed espansione.

Man mano che ci avviciniamo alla città si infittiscono le nuove costruzioni e le strade sopraelevate, tutte ornate da vasi di fiori, che si diramano come vasi sanguigni in un corpo pulsante di vita.

È sabato pomeriggio e il traffico non è molto intenso, non sembra quasi di essere in una città di venticinque milioni di abitanti. Un primo sguardo d’insieme alla città dà subito l’idea di modernità, idea che verrà confermata dalla visita di Shanghai by night.

Shanghai by night: il Bund

La passeggiata lungo il Bund (termine indiano che si traduce con “lungofiume orientale”), ci sorprende: lo skyline di Shanghai è una esplosione di luci, di colori, torri altissime e grattacieli dalle forme più varie. La Shanghai Tower, superata in altezza solo dal Burj Khalifa di Dubai, si prende il primato dell’ascensore più veloce del mondo. L’”apri bottiglia” invece sembra una costruzione da bambini. Lo scintillio di luci e colori è mozzafiato ma anche disorientante…non sai più se sei in Cina o a New York!

Lungo il fiume battelli illuminati di azzurro sfilano silenziosi davanti al rosso sangue del monumento ai caduti. E il freddo della sera sembra stemperato dall’arcobaleno di colori che tetti, cupole e grattacieli illuminati disegnano nel cielo buio. Come dice Ueuei, Shanghai è come una ragazza che di sera indossa i suoi abiti più eleganti e si rifà il trucco per mostrarsi bellissima e luminosa agli occhi di chi viene a conoscerla.

La concessione francese invece ha un fascino completamente diverso. Basse costruzioni in mattoni rossi si affacciano su strette strade dove pullulano ristorantini e bistrot, animati da giovani che vivono la loro Shanghai by night. Qui l’impressione è di trovarsi per le vie di Parigi. Basta fare pochi passi per passare da un continente all’altro, pur rimanendo saldamente all’interno di un paese granitico nella sua identità.

Il Tempio del Budda di Giada è un luogo di preghiera, dove noi turisti avvertiamo come inopportuna la nostra presenza. Eppure i fedeli che si inginocchiano davanti alle statue dei loro dèi e pregano in silenzio, sembrano non curarsi affatto di noi. Nel cortile esterno il fumo degli incensi, accesi copiosi, riempie l’aria. Statue dorate vengono venerate con offerte di frutta fresca, mentre magnifiche orchidee adornano tutti gli altari.

Una statua all’interno del Tempio del Budda di giada

La targa che indica il luogo dove si tenne il primo congresso del Partito Comunista Cinese

Una piccola targa davanti a un portone nel quartiere francese celebra il luogo dove nel 1921 si tenne, clandestinamente, il primo congresso del Partito Comunista Cinese. Sono molte le nostre perplessità rispetto a questo paese che dovrebbe essere uno degli ultimi baluardi del comunismo, ma che, almeno in apparenza, sembra essere l’apoteosi del capitalismo, con le insegne dei grandi e costosi negozi occidentali e con i Mc Donald’s e gli Starbucks Coffee che si susseguono lungo le strade.

Il Giardino del Mandarino Yu è un’oasi di verde e tranquillità circondata da grattacieli. Sale sontuose sono collegate da vialetti e ponticelli che solcano piccoli canali pieni di enormi pesci rossi.

La giornata si chiude con una passeggiata nella città vecchia, dove palazzi dai tetti volanti risalenti al 1400, di recente restauro, riempiono vicoli e piazze. Ma l’atmosfera ha poco di antico per la massiccia presenza di negozi, botteghe, bancarelle. La città vecchia è un enorme mercato dove locali e turisti si affrettano a cercare l’affare della giornata. Se alzi lo sguardo torni indietro nel tempo, la fantasia prende il volo sulla scia dei tetti volanti, illuminati di oro, mentre le pagode riflettono sull’acqua dei canali il colore cangiante che vira incessantemente sulle tonalità dell’arcobaleno.

Zhujiajiao è un antico villaggio a pochi chilometri dal centro di Shanghai. Canali, ponticelli, barchette ricordano le isole della laguna veneta, ma le lanterne rosse appese fuori dalle case ci ricordano che siamo in Cina, così come gli odori della cucina che inondano i vicoli. È tutto un susseguirsi di botteghe artigiane, di venditori di cibo (anche scorpioni e altri insetti a piacimento).

Uno dei canali che attraversano il villaggio di Zhujiajiao

Lasciando Shanghai a bordo del treno veloce che ci porterà a Pechino, ci chiediamo quale sia la vera anima di questa città. Quella dei mille grattacieli, del distretto finanziario, del Bund illuminato a giorno oppure quella delle piccole case fitte fitte ai piedi dei giganti di cemento, vetro e acciaio? Quella dei templi buddisti o delle diciassette linee della metropolitana? Una città che affonda le sue radici nel passato ma che è totalmente proiettata nel futuro, tanto da perdere quasi completamente le tracce delle sue origini.

Pechino

Pechino ci accoglie con un freddo pungente. Larghe strade a quattro corsie solcano questa enorme metropoli, capitale della Repubblica Popolare Cinese. Il centro moderno è una foresta di grattacieli, nuove costruzioni sfavillanti di luci e colori, viali lungo i quali si susseguono gli stores delle grandi firme europee. A queste si alternano le altrettanto luccicanti scritte dei negozi cinesi, mentre i pedoni, con l’immancabile mascherina sul muso, procedono spediti verso le loro destinazioni.

Al mattino una fitta nebbia avvolge la città: non sappiamo se sia vera nebbia oppure smog, visto che Pechino è notoriamente la città più inquinata del pianeta. L’arrivo a Piazza Tien An Men suscita molteplici emozioni: questa è la piazza del popolo, luogo politico per eccellenza nel paese dopo la rivoluzione comunista. Ma è anche il luogo dove con coraggio un giovane studente si oppose, fisicamente, all’avanzata dei carri armati. L’enorme ritratto di Mao campeggia sulla porta d’ingresso alla Città Proibita e sembra vegliare sul suo popolo, ancora in attesa che si compia e si completi la rivoluzione comunista.

Piazza Tien An Men

In questa piazza si incontrano la vecchia Cina, quella degli imperatori che abitarono la Città Proibita, e la nuova Cina, quella di Mao e del suo progetto rivoluzionario. L’uomo simbolo della rivoluzione culturale riposa nel mausoleo antistante la porta di ingresso alla Città Proibita, mentre statue raffiguranti il popolo operaio e contadino lo vegliano insieme alle guardie che vigilano sul monumento agli eroi del popolo.

Ci lasciamo alle spalle la piazza, su cui campeggia la rossa bandiera della Repubblica Popolare Cinese, per varcare la soglia della Città Proibita, ovvero la città imperiale, luogo del potere e della vita privata degli imperatori che si sono succeduti dal 1420 fino al 1912, anno in cui questo luogo cessò di essere il centro politico della Cina. L’ultimo inquilino ad abitarvi fu quell’ultimo imperatore superbamente raccontato da Bertolucci nel suo omonimo capolavoro.

La Città Proibita è un susseguirsi di sale e cortili, piazze e padiglioni, luoghi dove si svolgeva la vita pubblica e quella privata di sua maestà, fra mogli, concubine, vedove, figli e intrighi di palazzo. Un sito enorme che rende bene l’idea delle manie di grandezza di questi uomini che si reputavano diretti discendenti delle divinità.

La Città Proibita

Veniamo colpiti dalla grande folla di turisti cinesi che mostrano tutta la loro passione verso la storia del paese. E a volte anche un entusiasmo che rasenta il fastidio fisico!

Non si può concludere la visita dei palazzi imperiali se non si visita il Palazzo d’Estate, una residenza fiabesca immersa nel verde di un magnifico giardino (sebbene in inverno un po’ spoglio), con un lago ghiacciato dall’aria incantata, luogo nel quale i reali venivano a trascorrere i mesi più caldi, nella frescura delle piante e dell’acqua del lago.

Il lago ghiacciato del Palazzo d’Estate

Stanchi dei chilometri percorsi, concludiamo la giornata in una sala da thè, dove ci viene mostrato il rituale della cerimonia del thè. Assaggiamo l’uno dopo l’altro jasmine tea, thè al litchi, thè alla frutta. Ed entusiasti e curiosi usciamo con un abbondante acquisto di vari thè.

La Grande Muraglia è una delle sette meraviglie del mondo moderno. Dopo un’ora di pullman da Pechino arriviamo al primo avamposto, quello più vicino alla città. I muri e le torrette si arrampicano sulla montagna, disegnando un merletto di pietra che si snoda come una cerniera fra la terra e il cielo. Iniziamo la salita che si annuncia subito faticosa. I gradini ripidi e con altezze differenziate rendono molto difficoltoso il procedere. Alternando la salita a brevi pause riusciamo a raggiungere la prima torre (fortezza n. 8). Il panorama è mozzafiato, le montagne che già portano i segni del gelido inverno, si stagliano contro un cielo azzurro spazzato dal vento freddo proveniente dalla Mongolia e più su dalla Siberia. E l’immaginazione corre ai tempi in cui i guerrieri percorrevano questi territori e si inerpicavano sulla montagna per raggiungere le torri di guardia.

La Grande Muraglia

Riprendiamo fiato e torniamo giù, senza sfidare ulteriormente il nostro fisico cittadino impigrito dalla vita sedentaria del lavoro d’ufficio. Siamo stanchi ma molto soddisfatti di aver vissuto questa esperienza che da sola vale il viaggio.

Poco distante ci attende una rilassante passeggiata sulla Via Sacra, ovvero il viale, ornato di statue di animali e uomini, che conduce alle tombe imperiali della dinastia Ming. Lungo questa via sfilavano i cortei funebri, e l’accesso era riservato solo a imperatori e nobili, il popolo non era ammesso a percorrere questo tratto di strada celeste. Oggi il luogo sembra quasi un parco cittadino dove passeggiare e riposarsi all’ombra dei numerosi salici piangenti, magari nelle giornate estive…oggi invece la bassa temperatura, il gelo e i residui di neve ammucchiati ai bordi della strada ci fanno desiderare il tepore del pullman.

Ma la nostra giornata non è ancora terminata. La città vecchia, con i suoi Hutong (vicoli) ci sorprende: un dedalo di viuzze lungo le quali si aprono gli usci di numerose abitazioni, dalle dimensioni quasi lillipuziane, alcune delle quali di epoca imperiale. In una di queste casette ha dimorato anche l’ultimo imperatore dopo essere stato cacciato dalla Città Proibita.

Piazzette animate da ristorantini e botteghe artigiane danno alla Città Vecchia un’atmosfera bohemienne, sembra quasi di essere a Parigi, nelle stradine del Quartiere Latino.

Dalla Città Vecchia, in sole quattro fermate di metropolitana, ci ritroviamo catapultati nella modernità del villaggio olimpico, con le futuristiche costruzioni dello stadio, della piscina e della torre della torcia olimpica. Luci e colori che disegnano un’altra città e un’altra Cina, quella proiettata nel futuro.

Lo stadio del Villaggio Olimpico

Il tempio del cielo è un altro esempio architettonico del potere assoluto degli imperatori che per secoli hanno dominato questa terra. I padiglioni che si susseguono l’uno dopo l’altro, come scatole cinesi, glorificano il rapporto diretto dell’imperatore con il divino, mentre il popolo restava fuori, ai margini di questo complesso sistema di potere.

Fra centri commerciali e templi imperiali termina il nostro breve viaggio in questa terra, lontana e misteriosa. La sensazione è contrastante: il fascino dell’oriente sembra sbiadirsi nell’eccesso di mercato, di shopping, in cui si dilegua la millenaria storia della Cina. Lo stesso regime comunista sembra un po’ defilato, dietro le quinte di questo grande teatro commerciale messo in scena lungo i viali di Shanghai e Pechino. Ci portiamo dietro l’efficienza, che diventa palpabile nelle strade, nella metropolitana; ci portiamo dietro il contrasto fra il pragmatismo della modernità e il mistero della storia degli imperatori; ci portiamo a casa una idea di Cina diversa da quella che avevamo quando siamo partiti. Sorpresa e delusione sono le emozioni che ci accompagnano nel lungo viaggio di ritorno a casa.

Beatrice Tauro

Beatrice Tauro

Scrittrice. Nata e cresciuta in un borgo nel cuore dell’Abruzzo, a diciannove anni si trasferisce a Roma per frequentare l’università e qui si stabilisce per amore e lavoro. Appassionata di viaggi, lettura e scrittura, predilige la narrativa contemporanea e il confronto interculturale. Particolarmente appassionata di letteratura femminile, anche di culture e paesi diversi e distanti. Da ottobre 2015 cura il blog “Con altre parole” sul sito di Arabpress dove racconta il mondo arabo e islamico attraverso le parole degli scrittori occidentali. Dal 2017 ha iniziato una collaborazione con la rivista online “Oubliette Magazine” dove pubblica recensioni di libri di autrici appartenenti all’area mediorientale e africana. A novembre 2016 ha pubblicato il suo primo romanzo "Madri a rendere" (Edizioni Cinquemarzo). Da diversi anni svolge attività di volontariato presso il Centro Astalli di Roma dove insegna italiano alle donne rifugiate.