“La frontiera” di Alessandro Leogrande

“La frontiera” di Alessandro Leogrande

Il sommozzatore si cala in fondo al mare, si tira giù con l’aiuto di una corda, sembra una pertica conficcata sul fondale. L’uomo pare danzare, la tuta nera è avvolta da scie di bollicine. A tratti si sente il rumore dell’aria sputata fuori. Al primo sommozzatore se ne aggiunge un altro, poi un altro ancora. Tutti hanno scritto sul braccio destro GUARDIA COSTIERA. Dopo alcuni secondi circondano il relitto”.

Quella che viene narrata è una delle scene relative ai soccorsi del grande naufragio del 3 ottobre 2013 davanti all’isola dei Conigli, Lampedusa, Italia, Europa. 368 morti accertati e oltre 20 dispersi presunti.

Si apre così il prologo di “La frontiera”, ultimo libro del giornalista e scrittore Alessandro Leogrande, prematuramente scomparso nel 2017 a soli 40 anni. Un testo pubblicato nel 2015 che conserva una lucida portata di attualità e che risulta necessario per comprendere il complesso fenomeno delle migrazioni.

Quello che Leogrande ci racconta in questo suo ultimo libro, un po’ reportage, un po’ inchiesta, è il concetto di frontiera che non è solo il confine geografico fra gli stati, ma è un confine politico, sociale, economico che si frammette fra due concezioni diverse e distanti di mondo: quello ricco, benestante, opulento degli stati del Nord del mondo, detti anche in senso lato stati occidentali, e quello povero, vessato da guerre, dittature, carestie, del sud, anche questo in un’accezione generica, del pianeta.

Non è solo una questione di parole. Non riguarda solo i termini giusti da trovare per descrivere ciò che avviene ai bordi dell’Europa. È come se la consapevolezza del sommovimento del mondo vada scemando a mano a mano che ci si allontana da quei bordi e si penetra nel cuore dell’Occidente. Accade a Roma, Milano, Parigi, Francoforte. E invece c’è una faglia sotterranea che taglia in due il Mediterraneo da est a ovest. Dal Vicino Oriente fino a Gibilterra. Una linea fatta di infiniti punti, infiniti nodi, infiniti attraversamenti. Ogni punto una storia, ogni nodo un pugno di esistenze. Ogni attraversamento una crepa che si apre. È la Frontiera. Non è un luogo preciso, piuttosto la moltiplicazione di una serie di luoghi in perenne mutamento, che coincidono con la possibilità di finire da una parte o rimanere nell’altra”. In questo passaggio l’autore spiega molto chiaramente il significato che attribuisce al termine “frontiera”, un significato che vede coinvolti tutti, occidente e oriente, nord e sud, ricchi e poveri, democrazie e dittature.

E per raccontare questa frontiera Leogrande racconta i suoi incontri con i protagonisti dei viaggi, quei migranti diventati merce di scambio politico in un’Europa sempre più sorda al richiamo umanitario. Ma si affida anche e soprattutto ai loro racconti, li fa parlare in prima persona. “I racconti peggiori riguardano sempre la Libia. Qui i trafficanti sembrano abbandonarsi ad ogni delirio. I migranti vengono trattati come cani, picchiati per un nonnulla; alcuni ragazzi dicono di essere stati bastonati senza ragione. Violentare le donne di ogni età è la prassi. Uno dei racconti più agghiaccianti che Syoum mi ha riferito riguarda due ragazze prigioniere a Sebha, nel cuore del deserto. Le hanno portate in un magazzino, le hanno cosparse di benzina e le hanno costrette ad avere rapporti sessuali: una delle due l’hanno uccisa”.

Conosciamo così il giovane somalo Hamid, il camerunense Yvan Sagnet, l’eritreo in fuga Syoum, scampato al naufragio di Lampedusa. Sono loro che ci raccontano le loro storie, frammenti di vite scaraventate nell’orrore di un viaggio disperato che non finisce nemmeno quando finalmente si tocca la terra d’Europa. Qui per molti di loro inizia un altro calvario, fatto di burocrazia, di rimpalli, di negazioni di cui per loro è difficile comprenderne la logica.

Leogrande ci racconta il terribile naufragio del 3 ottobre 2013 alle porte di Lampedusa, ci porta sulle coste greche, a Patrasso, dove i migranti attendono di fare il “grande salto” sui camion che si imbarcano per l’Italia, ma dove sono vittime della xenofobia violenta degli squadristi di Alba Dorata.

Ci spiega cos’è l’Eritrea da cui scappano in molti, un paese con il quale l’Italia non ha ancora fatto i conti e verso il quale ha enormi responsabilità.

Con una sensibilità tangibile, Leogrande ci consegna un ritratto spietato e lucido dei fenomeni migratori degli ultimi anni, ci costringe a interrogarci sulle responsabilità dell’Occidente tutto e dell’Europa in particolare nel determinare le condizioni di partenza di molte di queste persone alle quali oggi chiudiamo i porti in faccia.

È la frontiera. Per molti è sinonimo di impazienza, per altri di terrore. Per altri ancora coincide con gli argini di un fortino che si vuole difendere. Tutti la mettono in cima alle altre parole, come se queste esistessero unicamente per sorreggere le frasi che delineano le sue fattezze. La frontiera corre sempre nel mezzo. Di qua c’è il mondo di prima. Di là c’è quello che deve ancora venire, e che forse non arriverà mai”.

Beatrice Tauro

Nata e cresciuta in un borgo nel cuore dell’Abruzzo, a diciannove anni si trasferisce a Roma per frequentare l’università e qui si stabilisce per amore e lavoro. Appassionata di viaggi, lettura e scrittura, predilige la narrativa contemporanea e il confronto interculturale.

Particolarmente appassionata di letteratura femminile, anche di culture e paesi diversi e distanti. Da ottobre 2015 cura il blog “Con altre parole” sul sito di Arabpress dove racconta il mondo arabo e islamico attraverso le parole degli scrittori occidentali. Dal 2017 ha iniziato una collaborazione con la rivista online “Oubliette Magazine” dove pubblica recensioni di libri di autrici appartenenti all’area mediorientale e africana.

A novembre 2016 ha pubblicato il suo primo romanzo “Madri a rendere” (Edizioni Cinquemarzo).

Da diversi anni svolge attività di volontariato presso il Centro Astalli di Roma dove insegna italiano alle donne rifugiate.

Beatrice Tauro